lunedì 27 ottobre 2014

Francesco - ¡Desaparecidos!: Il Cile, le vittime e i carnefici

Ci siamo lasciati con una introduzione alla memoria che delineava alcune definizioni, le dinamiche e le relazioni tra io e io, io e il mondo e il valore della testimonianza nel tempo. 

Vorrei ripartire da quest'ultimo punto per parlare del Cile, del post dittatura e delle sue odierne questioni. 

Nell' introdurre la  celebre opera "Se questo e' un uomo" Primo Levi disse di voler fornire al lettore/pubblico/umanità degli elementi d'indignazione

Senza troppi giri di parole il testimone, colui che ha vissuto l'orrore, ci mette nelle condizioni di scegliere come e con quale spirito affrontare il viaggio all'interno dell'olocausto.

Questo viaggio e' tempo nel tempo, tratta di storia appartenente al mondo eppure vissuta in prima persona soltanto da una parte di esso, un tempo lontano ma non così troppo da potersi ripetere nel nostro presente. 
Levi lo sa e ci dice di prestare attenzione affinché non accada mai più quanto e' successo. 

Vi chiederete cosa c'entra Levi con la dittatura in Cile.

Mentre camminavo per le vie di Santiago mi sono sentito troppe volte in difetto. 
Guardavo con morbosità e ossessione gli anziani camminare per le affollate strade del centro e mi domandavo: "questo può essere lui, di sicuro ha partecipato"
Cercavo di capire (con criteri, metodi selettivi precari) chi poteva essere stato il carnefice, il cittadino fiero del Generale Pinochet, chi aveva partecipato alle sparizioni, se era al corrente di tutto, chi faceva colazione con i figli la mattina per poi andare a torturare donne e uomini all'interno di anonime case ubicate in quartieri bene, centrali e residenziali. 
Insomma, guardavo l'ignoto e mi domandavo, io, quello che non conosce e non e' coinvolto nei fatti, tutto quello che alcuni non smettono da ormai più di vent' anni di pensare. 

Noi non dimentichiamo, noi non perdoniamo.

All'interno di Londres 38, una delle celebri case usate per la sparizione e tortura dei cittadini, dissidenti ( presunti e non), attivisti e studenti la funzione della memoria e' piuttosto chiara: Vogliamo giustizia, vogliamo che si aprano al pubblico gli archivi con i nomi dei responsabili, vogliamo che lo stato si renda conto del ruolo avuto in passato. Vogliamo sapere. 
Memoria e' sapere la verità, qualunque essa sia, anche la più difficile da respirare. 

Se lo incontrassi gli chiederei se crede in Dio

L. ci ha messo un po' a rispondermi. Il silenzio e' rotto da una voce tremante. L. e' un artista visuale sulla quarantina, di giorno cura la casa memoria Domingo Cañas di notte pensa al padre scomparso e ucciso quando lui era adolescente. 
Lunghi rasta, una maglietta di Bob il giamaicano e due occhi gonfi di lacrime mi dicono che e' impossibile pensare a una sola cosa da dire se dovesse incontrare il carnefice del padre. 
A dir la verità non ci aveva mai pensato prima, poi pero' ci pensa e dice:
  
"non saprei dirti Francesco. Sono passati tanti anni. All'inizio aspetti, poi c'e' la rabbia, poi c'e' la disperazione, poi ancora la rabbia e alla fine ti rassegni e cerchi di dare un senso a tutto, compresa la tua vita. Ecco, visto che credo in Dio, se lo incontrassi gli chiederei se anche lui ci crede, perché'davvero non riesco a capire come può un uomo che ha fede e una coscienza vivere dopo quello che ha commesso"

Memoria e' vivere nel passato continuando a soffrire nel presente.

La gente ha paura a venire qui, non c'e' informazione, c'e' chi non ci vuole ed e' per questa ragione che siamo ai margini del villaggio. (Paine ndr)

Prendi dei giovani che cercano di fare educazione alternativa nelle scuole usando come strumento la memoria come qualcosa di vivo e necessario per incollare un villaggio distrutto tanti anni fa.

Storie di latifondi, proprietari terrieri che hanno paura del comunismo, di gente che la terra non ce l'ha e deve guadagnarsi il pane lavorando come bracciante. 
Dove il sabato c'e' la messa per la massa e la domenica per i signori per bene (continua anche oggi). 
Dove sotto la dittatura sono morte 70 persone e i carnefici sono a piede libero e vivono li' insieme ai figli e ai nipoti dei defunti. 

Storie di convivenza e di paura: 

"in un villaggio dove tutti si conoscono e dove c'e' omertà, noi dobbiamo stare attenti a trattare il discorso della memoria. Quando andiamo nelle scuole, le maestre ci dicono di desistere, che loro la storia la fanno in modo superficiale. D'altra parte in ogni classe troverete sicuramente un bambino direttamente legato a una vittima e un'altro direttamente legato a un carnefice. Come potrebbero (questi bambini) vivere le nostre parole? e poi sopra i 35 anni, non troverete nessuno che voglia rivangare il passato. Troppa e' la paura di perdere il lavoro, la stessa paura che qui ha permesso le sparizioni. Sono stati i vicini a tradire, gli stessi vicini a partecipare alle sparizioni e forse anche alle uccisioni".
La memoria e' qualcosa di scomodo.

Abbiamo girato in lungo e in largo, letto, studiato e incontrato persone. In tutto questo lavoro al limite delle lacrime (le mie) non c'e' stata una sola fonte capace di raccontarci la memoria degli altri, di quelli che hanno vissuto la vita dall'altra parte del marciapiede. 

E lo stato? 

La riparazione e' simbolica, e' prendersi cura a livello di previdenza sociale per le famiglie delle vittime, e' erigere mausolei, centri e musei per non dimenticare. 
A livello educativo si latita (e più passa il tempo più le generazioni dimenticheranno, non sapranno, vivranno i fatti come qualcosa di lontano), a livello di risposte e di lavoro comunitario si e' generato un vuoto.

Mi chiedo se sia intenzionale questo vuoto.
Se il male e' banale come ci dice la Arendt, allora forse e' meglio non pensarci perché sono cose che possono capitare.
Chiudiamo gli occhi e guardiamo in avanti. 

Levi non ha potuto farlo e noi nel nostro piccolo scegliamo di non farlo.
Francesco