lunedì 31 marzo 2014

Francesco - Tutta colpa della banana

Puo' una semplicissima banana chiquita cambiare per sempre il destino di milioni di persone?
Forse una banana no, ma se, supponiamo per ipotesi,  la chiquita  si transformasse nella statunitense United Fruit Company? Se fossimo nel mezzo della guerra fredda, con l'allora trionfante comunismo cubano a dar voce alle speranze di generazioni di braccianti senza terra e con aria nello stomaco e di studenti senza avvenire in preda alla piu' cosmica depressione? Se ci fossero paesi specializzati nella produzione del loro bene dal miglior valore, e se questo bene fosse il tassello preciso per dare il via a un controllo politico e garantire tranquillita' ai cari vecchi latifondisti? 

Well, Signori vari ed eventuali diamo tutti il benvenuto alle Banana's Republics, ovvero Guatemala (36 anni di guerra civile), El Salvador (12 anni di guerra civile), Honduras (secondo paese piu' povero del continente con la sua San Pedro Sula che vanta la qualifica di citta' piu' pericolosa al mondo) e Nicaragua (anche qui golpe, i contras, il socialismo e la miseria).

Wilma ha lasciato il suo paese senza piu' tornarci a vivere, e' stata arrestata 2 volte, ha visto svanire nel nulla un marito che per anni ha cercato per poi ritrovarne i resti e ora vive con una misera pensione di 800 pesos messicani frutto del suo status di rifugiata di terza eta'.

Ana, indigena Maya, non voleva sposarsi ma sua madre in fin di vita voleva vederla sistemata. Diventera' una guerrigliera che vede il suo villaggio nel Quiche' in fiamme mentre scappa per tutto il Guatemala, evitando quella sottile repressione che sa di pulizia etnica. Non tornera' piu' a vivere nel suo paese. 

A Eva e a Tere hanno ammazzato i figli. La colpa era di essere studenti e persone attive nel tessuto sociale.

Queste sono alcune gocce in un oceano di morti, sparizioni, violenza e poverta' che ha causato quell'inferno che e' l'America Centrale odierna. 
Maras, narco e tratta sono soltanto le logiche conseguenze dell'aver perso tutto.

Cammini per Guatemala City e vedi la sicurezza privata con il fucile a canne mozze con la frequenza di un battito cardiaco. I negozi sprangati per ragioni di sicurezza. Il centro storico con vie deserte a ogni ora del giorno. Poi ci sono le distese di bidonville e i morti per strada. 
36 anni di guerra civile e nessuno che si sia preoccupato di parlarne almeno per un secondo.
Se riconciliazione e' una parola difficile da masticare da queste parti che almeno si ricordi la storia. 
Perche' nessuna generazione viva lo scempio di quegli anni avrebbe detto Primo Levi. 
Invece no, vincitori e vinti, vittime e carnefici vagano come spettri per le strade e continuano a guardarsi le spalle perche' tutto puo' succedere. 
Puo' succedere che gli unici a star sicuri siano gli abitanti della profetica "Zona Viva" ovvero la zona con banche, palazzoni, e l'Hard Rock Cafe' a troneggiare sulle quintalate di birre consumate dai Golden Boys locali e stranieri (che si vedono soltanto qui o nei resort turistici dislocati per questa meravigliosa Repubblica).
Puo' succedere che il candidato presidente  nonche' segretario generale del Partito di Liberta' Democratica Rinnovata (LIDER) tale Manuel Baldizón abbia promesso di istituire la pena di morte come deterrente alla violenza che dilaga nel paese. 
36 anni di guerra civile e ora la pena di morte? Votate gente. Votate. 
Puo' succedere che alla mia domanda: " Ti eri immaginato cosí il post-guerra e la pace?" i miei intervistati rispondano tutti allo stesso modo e con la stessa laconica, asettica espressione non verbale. 

Non doveva andare cosí. 

Vi chiederete che fine ha fatto la banana. 
C'erano una volta dei paesi che esportavano il loro miglior prodotto: banane, papaya, mango, yucca, fagioli, caffe',cacao, canna da zucchero etc.etc.etc. 

Molte di queste cose oggi le importano e se non importano pagano un dazio interno denominato impossibilita' a investire e a diversificare la produzione, con tanti saluti all'occupazione e alla crescita.

In compenso pero' si sono specializzati nell'insicurezza, nella violenza e nell' export di persone in cerca di una vita.
Chi rimane si rassegna o va a vendere la propria anima al miglior offerente.

Francesco





giovedì 20 marzo 2014

Francesco - Dis Da Raggamuffin Gangsta

Sua Maesta' la Regina delle Western Indies,  mi guarda in un caleidoscopio di colori da 50, 20, 10, 5, 2, banconote che sembrano sbriciolarsi come la mia pelle sotto un atroce sole bianco. A queste latitudini,  la sempre piu' protetta (o salvata?) dal signore Liz II  ha cambiato nome: si chiama Belizean Dollar.

Sara' l'insopportabile canicola oppure la dipendenza dalle bottiglie da mezzo litro in vetro di Coca e Fanta in modalita' vuoto a rendere, che inizio a farmi dei viaggi allucinogeni.

Vedo un profetico venditore di souvenir bengalese sussurrarmi: "qui in Belize e' tutto uguale al mio paese ---stesso clima, stesso cibo speziato, stessa vita con la unica differenza che qui devi sempre guardarti il di dietro perche' in un momento puoi ritrovarti ad affrontare un coltello o una pistola".

Vedo telegiornali locali che riportano notizie dal caribe anglofono (appassionanti dibattiti parlamentari in quel di Trinidad e Tobago e pubblicita' dalle ridentissime Barbados)  mentre dei vicini Messico e Guatemala si conosce soltanto la brutta fama o le informazioni che giungono oltre frontiera grazie alla comunita' latina.

Vedo settantenni con rasta bianchi lunghi sino al sedere fare i propri bisogni a ridosso dello Swing-Bridge, il cuore pulsante della caotica, violenta e affascinante Belize City. 

Da Brodie's che dal 1870 commercia con la madre patria, anche oggi campeggiano solo prodotti importati: la salsina giamaicana, il te' da Ceylon, caffe' e cacao da altre parti della regione centroamericana. 

Vedo un miscuglio di razze: Neri Garifuna, Creoli, Latini, Indiani, Bengalesi, Cinesi di Pechino e Cinesi di Taipei. 

La cattedrale principale assomiglia a una chiesetta che ho visto a Kirkwall, Isole Shetland, Scozia.
Il vecchio edificio del governatorato e' identico a quello di Georgetown, Guyana.

Poi vedo la gente fatta di crack, le piantagioni di canna da zucchero, le fogne non tappate e ascolto a ritmo Raggae un inglese sporco come forse l'anima dei pommies che han fatto retromarcia verso Londra.

Benvenuti a Belize City o per meglio dire nel favoloso mondo chiamato cio' che rimane del Commonwealth of Nations.

Paese strano il Belize.
Ex enclave coloniale inglese nel cuore d'America, oggi e' una Repubblica fondata sulla dipendenza dall'estero. Esporta quel poco che produce in un mercato ricco della stessa offerta e si ritrova a importare tutto, cibo compreso. 
In questo panorama emergono due scenari:
A- Paniere basico e prodotti a costi esagerati (import prodotto o materia prima + trasporto+ lavorazione e distribuzione). Qui un pasto costa 10 dollari belizani quando il salario medio di 8 ore stabilito dal governo centrale e' di circa 27. 
B- L'apertura all'estero dovuta ai poco sviluppati settori agropecuario e industria ha creato un mercato, quello dei servizi, che vede USA e Cina farla da padroni seppur con metodi differenti. 
I belizani non possono investire? I cinesi sí e pagano cash. Rapido. Come il cibo belizano che cucinano, come i contenitori di carta e plastica, le rivendite di birra o i supermercati.
Perche' qui si e in Messico e Guatemala no? Ovviamente a investimento territoriale segue benefit politico e migratorio con un piccolo svantaggio chiamato rimesse che non si fermano dentro il paese ma volano verso Asia e altri posti.
Poi gli immancabili amici nordamericani che giungono con servizi, assicurazioni, banche, tv via cavo, gli scuolabus di terza mano, i mitici pantaloni dickies, le bibite e le canotte NBA.
Sara' un caso che il Belize sia un gran consumatore di droghe?

Poi la razza.
I neri sono accusati di razzismo dai latini e co. e indicati come piaga perche' per colpa della filosofia rastafari si sono abituati a chiedere tutto meno che un lavoro e ora campano tra elemosine e rapine.
I latini si dicono dei grandi lavoratori ma non possono lavorare molto perche'affermano di essere scarsi in politica dove comandano i neri che, si sa', appoggiano solo i loro fratelli.
I bengalesi e co. parlano male di tutti mentre i cinesi rispondono in cinese quindi non saprei dirvi cosa pensano al riguardo. 
Un bel casino nel quale e' entrata la mitica Unione Europea che sta appoggiando alcuni progetti infrastrutturali e altri volti ad alleviare la poverta'.

Il tutto mentre si parla di altro indice di famiglie monoparentali, problemi alimentari per i bambini, assenza di una assicurazione sanitaria per coloro che non lavorano e si inizia a parlare di nuovo circuito per il narco e la tratta delle persone.

Pochi km di costa e il mar dei Caraibi illumina la via allo snorkeling: vagonate di turisti, soprattutto a San Pedro, il cayo della famosissima Isla Bonita cantata da Madonna. 

Siamo sempre in Belize, quel fantastico paese centroamericano dove e' difficile andar via ogni volta che mi fermo e dove ogni volta che mi sveglio penso solo a cosa potrebbe pensare sua Maesta' se fosse qui a contemplare il frutto della storia.

Francesco















sabato 15 marzo 2014

Francesco - Sulla Strada

Non temete gente: non saro' per niente beat. 
Partiamo dal fatto che scrivo dal tetto di un Hotel cinese (China Town Palace) sito nel centro-sud di un atollo caraibico belizano chiamato Caye Caulker. 
Ci eravamo tanto amati Messico.

Ciudad de Mexico - Morelia - Patzcuaro - Morelia - Ciudad de Mexico - San Cristobal de las Casas -  Palenque - Frontera Corozal - Fiume - La Tecnica (Guatemala) - Flores- Santa Elena - Frontiera - Belize City - Mare dei Caraibi - Caye Caulker. 
 In meno di 12 giorni. 

Dopo sei mesi lasciamo un mondo per rincorrerne altri tutti diversi. 
Tra noi e il Peru' (seconda area di lavoro su campo) c'e' un piccolo mondo da affrontare a viso aperto cercando di arrotolare quel filo di congiunzione chiamato panamericana, la strada che congiunge le americhe.
Il piano era quello di correre verso sud dopo aver fatto una pausa di riflessione e aver tirato le somme di questa pazzia che abbiamo intrapreso.
Qualche giorno fa, abbiamo incontrato una coppia di italiane in vacanza. 
Alla domanda rompi-ghiaccio "di dove siete" ho risposto "non lo so". Patetico, forse teatrale, vero.
La cruda verita' e' che questa esperienza sta picchiando dentro, cambiando di continuo ogni prospettiva soggettiva.
Vi vomito le mie somme (cio' che vorrei non pensare e cio' che ho imparato) e o faccio a random, cosi' come mi viene e vediamo che salta fuori.
1- un lavoro comunitario inclusivo necessita di un buon addetto alle pubbliche relazioni. La comunicazione in Messico e' stata ottima con l'utenza e pessima con gli operatori locali. 
2- intercultura e' una parola fin troppo abusata e poco praticata. Ci sono barriere culturali e ideologiche che bisogna in primo luogo affrontare in solitudine e risolverle in fretta se vuoi aprirti alla conoscenza dell'altro. Non e' detto che la controparte faccia altrettanto e se il gioco non e' bilaterale, tanti cari saluti.
3- La supervisione psicologica e' fondamentale. 
4- quella che e' la logica di lavoro che apprendi dai libri e dalle esperienze pregresse, e' meglio lasciarla nelle segrete del tuo cervello, perche' non siempre spiega il fare e l'ideale quando lavori in questi luoghi.
5- Posso mangiare fino a 7 tacos al pastor e volerne ancora. Posso bere la Leon con sale e limone, magiare due hamburger del tizio che cucina quando vuole dentro il garage di casa sua a Morelia, ma la pelle del maiale fritto proprio no.
6- Un cadevere di donna mutilata alla fermata di Tacubaya alle 5 del pomeriggio a me e a Claudia non ha fatto nessun effetto. A mia sorella si.
7- Se apri il cuore e ascolti le persone che hanno sofferto, loro piangeranno per te al momento di chiudere un percorso insieme.
8- Avere paura e' qualcosa di estremamente costruttivo. Dilata la percezione delle cose. Abituarsi ad avere paura pero' storpia la realta' che si vive, generando diffidenza, individualismo e alto grado di distruzione. 
9- Che fino a questo punto risulta difficile camminare sulla frontiera che divide i nostri privilegi, i nostri meriti e il nostro viaggiare da tutto cio' che abbiamo fatto male, le difficolta' e quanto ci stiamo perdendo per strada.
10- Che sono e siamo in evoluzione e ora piu' che mai lo vediamo con chiarezza.

Dieci note per dar via a milioni di riflessioni piu' fini: persone che ci hanno lasciato, relazioni di vita e di lavoro, la nostra condizione economica, la percezione che da fuori si puo' avere del nostro lavoro etc, etc etc.

Sono passati solo o di gia' sei mesi. La sopravvivenza e' lunga come la nostra strada verso sud: Belize, Guatemala, El Salvador, Honduras, Nicaragua, Costa Rica, Panama, Colombia, Venezuela (sicurezza permettendo) e finalmente il sud. 

Quel che faremo in questi posti sara' cercare di riportare in superficie la voce e la testimonianza dei dimenticati lungo la tratta della migrazione verso nord.

Vediamo che succede.
Francesco