Ci siamo lasciati con una introduzione alla memoria che delineava alcune definizioni, le dinamiche e le relazioni tra io e io, io e il mondo e il valore della testimonianza nel tempo.
Vorrei ripartire da quest'ultimo punto per parlare del Cile, del post dittatura e delle sue odierne questioni.
Nell' introdurre la celebre opera "Se questo e' un uomo" Primo Levi disse di voler fornire al lettore/pubblico/umanità degli elementi d'indignazione.
Senza troppi giri di parole il testimone, colui che ha vissuto l'orrore, ci mette nelle condizioni di scegliere come e con quale spirito affrontare il viaggio all'interno dell'olocausto.
Questo viaggio e' tempo nel tempo, tratta di storia appartenente al mondo eppure vissuta in prima persona soltanto da una parte di esso, un tempo lontano ma non così troppo da potersi ripetere nel nostro presente.
Levi lo sa e ci dice di prestare attenzione affinché non accada mai più quanto e' successo.
Vi chiederete cosa c'entra Levi con la dittatura in Cile.
Mentre camminavo per le vie di Santiago mi sono sentito troppe volte in difetto.
Guardavo con morbosità e ossessione gli anziani camminare per le affollate strade del centro e mi domandavo: "questo può essere lui, di sicuro ha partecipato".
Cercavo di capire (con criteri, metodi selettivi precari) chi poteva essere stato il carnefice, il cittadino fiero del Generale Pinochet, chi aveva partecipato alle sparizioni, se era al corrente di tutto, chi faceva colazione con i figli la mattina per poi andare a torturare donne e uomini all'interno di anonime case ubicate in quartieri bene, centrali e residenziali.
Insomma, guardavo l'ignoto e mi domandavo, io, quello che non conosce e non e' coinvolto nei fatti, tutto quello che alcuni non smettono da ormai più di vent' anni di pensare.
Noi non dimentichiamo, noi non perdoniamo.
All'interno di Londres 38, una delle celebri case usate per la sparizione e tortura dei cittadini, dissidenti ( presunti e non), attivisti e studenti la funzione della memoria e' piuttosto chiara: Vogliamo giustizia, vogliamo che si aprano al pubblico gli archivi con i nomi dei responsabili, vogliamo che lo stato si renda conto del ruolo avuto in passato. Vogliamo sapere.
Memoria e' sapere la verità, qualunque essa sia, anche la più difficile da respirare.
Se lo incontrassi gli chiederei se crede in Dio
L. ci ha messo un po' a rispondermi. Il silenzio e' rotto da una voce tremante. L. e' un artista visuale sulla quarantina, di giorno cura la casa memoria Domingo Cañas di notte pensa al padre scomparso e ucciso quando lui era adolescente.
Lunghi rasta, una maglietta di Bob il giamaicano e due occhi gonfi di lacrime mi dicono che e' impossibile pensare a una sola cosa da dire se dovesse incontrare il carnefice del padre.
A dir la verità non ci aveva mai pensato prima, poi pero' ci pensa e dice:
"non saprei dirti Francesco. Sono passati tanti anni. All'inizio aspetti, poi c'e' la rabbia, poi c'e' la disperazione, poi ancora la rabbia e alla fine ti rassegni e cerchi di dare un senso a tutto, compresa la tua vita. Ecco, visto che credo in Dio, se lo incontrassi gli chiederei se anche lui ci crede, perché'davvero non riesco a capire come può un uomo che ha fede e una coscienza vivere dopo quello che ha commesso"
Memoria e' vivere nel passato continuando a soffrire nel presente.
La gente ha paura a venire qui, non c'e' informazione, c'e' chi non ci vuole ed e' per questa ragione che siamo ai margini del villaggio. (Paine ndr)
Prendi dei giovani che cercano di fare educazione alternativa nelle scuole usando come strumento la memoria come qualcosa di vivo e necessario per incollare un villaggio distrutto tanti anni fa.
Storie di latifondi, proprietari terrieri che hanno paura del comunismo, di gente che la terra non ce l'ha e deve guadagnarsi il pane lavorando come bracciante.
Dove il sabato c'e' la messa per la massa e la domenica per i signori per bene (continua anche oggi).
Dove sotto la dittatura sono morte 70 persone e i carnefici sono a piede libero e vivono li' insieme ai figli e ai nipoti dei defunti.
Storie di convivenza e di paura:
"in un villaggio dove tutti si conoscono e dove c'e' omertà, noi dobbiamo stare attenti a trattare il discorso della memoria. Quando andiamo nelle scuole, le maestre ci dicono di desistere, che loro la storia la fanno in modo superficiale. D'altra parte in ogni classe troverete sicuramente un bambino direttamente legato a una vittima e un'altro direttamente legato a un carnefice. Come potrebbero (questi bambini) vivere le nostre parole? e poi sopra i 35 anni, non troverete nessuno che voglia rivangare il passato. Troppa e' la paura di perdere il lavoro, la stessa paura che qui ha permesso le sparizioni. Sono stati i vicini a tradire, gli stessi vicini a partecipare alle sparizioni e forse anche alle uccisioni".
La memoria e' qualcosa di scomodo.
Abbiamo girato in lungo e in largo, letto, studiato e incontrato persone. In tutto questo lavoro al limite delle lacrime (le mie) non c'e' stata una sola fonte capace di raccontarci la memoria degli altri, di quelli che hanno vissuto la vita dall'altra parte del marciapiede.
E lo stato?
La riparazione e' simbolica, e' prendersi cura a livello di previdenza sociale per le famiglie delle vittime, e' erigere mausolei, centri e musei per non dimenticare.
A livello educativo si latita (e più passa il tempo più le generazioni dimenticheranno, non sapranno, vivranno i fatti come qualcosa di lontano), a livello di risposte e di lavoro comunitario si e' generato un vuoto.
Mi chiedo se sia intenzionale questo vuoto.
Se il male e' banale come ci dice la Arendt, allora forse e' meglio non pensarci perché sono cose che possono capitare.
Chiudiamo gli occhi e guardiamo in avanti.
Levi non ha potuto farlo e noi nel nostro piccolo scegliamo di non farlo.
Francesco
lunedì 27 ottobre 2014
sabato 25 ottobre 2014
Francesco - ventimila leghe negli abissi della memoria
Quale memoria vogliamo costruire per il domani?
Eravamo dentro una casa usata dalla polizia speciale agli ordini di Pinochet per torturare e uccidere civili durante la dittatura in Cile, quando mi e' stata posta questa domanda.
La risposta che ho gridato all'interno della mia mente è stata: "tutte quelle memorie che siamo in grado di sopportare e portarci dentro".
Immagino sia una risposta sbagliata e poco resiliente, di certo spontanea e sincera.
A una settimana dalla chiusura della fase 1 riguardante l'America Latina, a una settimana dalla chiusura di fronteralatina, a una settimana dall'avvio dei lavori in Asia, voglio chiudere raccogliendo il lavoro degli ultimi due mesi trascorsi in Cile e Argentina dentro di una serie di scritti incentrati sul tema della memoria.
La memoria è identità; ci connota, ci racconta qualcosa di noi. Senza di lei non potremmo viaggiare nel tempo, non avremmo la possibilità di varcare le frontiere della sofferenza, non potremmo rafforzare le nostre gioie.
Se siamo ciò che viviamo, inevitabilmente siamo quello che abbiamo vissuto e/o ricordiamo di essere stati.
Questo blog e' una intro.
Che cos'è la memoria?
Vietato rispondere con negazione ma tant'è! Non esiste Memoria senza ricordo e non esiste ricordo senza esperienza. Non esiste esperienza senza che vi siano due ingredienti imprescindibili: l'attore protagonista e la testimonianza.
A fondo.
La memoria parte da un individuo tuttavia riesce a trascenderlo poiché sebbene sia un vissuto unico e soggettivo, trova luce soltanto nell'apertura agli altri, al mondo.
Tutto parte dal vissuto, dall'esperienza. Diretta, indiretta, desiderata, non voluta, felice o drammatica. E' il via alla costruzione di un sedimento che troverà casa all'interno della mente del protagonista. Questo tassello, nasce e cresce senza logiche predeterminate e - sempre senza schemi - influisce sulle dinamiche di replica. Nella mente. Nella testimonianza.
Il sedimento/dettaglio/esperienza, stabilisce un rewind continuo che a sua volta genera un'invasione.
La memoria è il prodotto di un passato che le ha dato i natali eppure vive nel presente (invadendolo a suo piacimento tutte quelle volte in cui viene evocata o emerge spontanea dal sottosuolo della mente) e determina il futuro.
Evocare significa rivivere qualcosa in differita. Questa sconnessione riporta sia a un tempo che non c'è più sia a un' esperienza che ha cessato fisicamente di esistere. Il risultato è il ricordo, ciò che pensiamo e ciò che raccontiamo ma non necessariamente ciò che abbiamo realmente vissuto.
Se il ricordo è positivo it's ok, tutto scorre liquido e lineare.
Se il ricordo è un trauma, una perdita, una sconfitta, qui iniziano i problemi. Presente e futuro si fanno piccoli e neri, diventa difficile stabilire cosa sia reale e cosa sia la realtà: quella cosa che vogliamo vivere o quella che vogliamo/vorremmo rivivere?
Ancora due cose e chiudo.
Se siamo ciò che viviamo, inevitabilmente siamo anche ciò raccontiamo.
In un'epoca social, il valore che la nostra immagine assume agli occhi dell'altro rappresenta un fattore chiave per la costruzione dell'identità. Siamo tutti fotografi, scrittori (guardatemi), muse e abbiamo tutti delle vite da raccontare (con le foto degli sport che facciamo, degli amici che abbracciamo, degli amori che amiamo, del cibo che mangiamo, della musica che ascoltiamo etc etc etc).
La memoria in questo caso è quello che il protagonista vuole che la gente sappia; è l'emozione che si vuol suscitare nell'altro (vedere il caso dell'autobiografia come genere letterario) ma non necessariamente risulta essere il vero, il vissuto.
Memoria come prodotto di uno scambio tra emittente e destinatario/i.
Sono felice perché lo sento o perché ho dato la percezione di esserlo?
Siamo partiti dall'individuo per giungere alla relazione con il mondo.
La memoria è collante, identità, detonatore e nel contempo un esplosivo comunitario.
Dittature, fracassi economici, traumi collettivi, l'Italia che vince il mondiale, il terremoto, Hiroshima, Cernobyl, le Twin Towers, Lady D., Albano e Romina, il Rwanda, Gaza, l'Abruzzo, Genova, Scampia, la strage nel quartiere, l'italianità:
la memoria come quintessenza di un tessuto sociale.
Come riparare un tessuto sociale rotto?
Segue.
Francesco
Eravamo dentro una casa usata dalla polizia speciale agli ordini di Pinochet per torturare e uccidere civili durante la dittatura in Cile, quando mi e' stata posta questa domanda.
La risposta che ho gridato all'interno della mia mente è stata: "tutte quelle memorie che siamo in grado di sopportare e portarci dentro".
Immagino sia una risposta sbagliata e poco resiliente, di certo spontanea e sincera.
A una settimana dalla chiusura della fase 1 riguardante l'America Latina, a una settimana dalla chiusura di fronteralatina, a una settimana dall'avvio dei lavori in Asia, voglio chiudere raccogliendo il lavoro degli ultimi due mesi trascorsi in Cile e Argentina dentro di una serie di scritti incentrati sul tema della memoria.
La memoria è identità; ci connota, ci racconta qualcosa di noi. Senza di lei non potremmo viaggiare nel tempo, non avremmo la possibilità di varcare le frontiere della sofferenza, non potremmo rafforzare le nostre gioie.
Se siamo ciò che viviamo, inevitabilmente siamo quello che abbiamo vissuto e/o ricordiamo di essere stati.
Questo blog e' una intro.
Che cos'è la memoria?
Vietato rispondere con negazione ma tant'è! Non esiste Memoria senza ricordo e non esiste ricordo senza esperienza. Non esiste esperienza senza che vi siano due ingredienti imprescindibili: l'attore protagonista e la testimonianza.
A fondo.
La memoria parte da un individuo tuttavia riesce a trascenderlo poiché sebbene sia un vissuto unico e soggettivo, trova luce soltanto nell'apertura agli altri, al mondo.
Tutto parte dal vissuto, dall'esperienza. Diretta, indiretta, desiderata, non voluta, felice o drammatica. E' il via alla costruzione di un sedimento che troverà casa all'interno della mente del protagonista. Questo tassello, nasce e cresce senza logiche predeterminate e - sempre senza schemi - influisce sulle dinamiche di replica. Nella mente. Nella testimonianza.
Il sedimento/dettaglio/esperienza, stabilisce un rewind continuo che a sua volta genera un'invasione.
La memoria è il prodotto di un passato che le ha dato i natali eppure vive nel presente (invadendolo a suo piacimento tutte quelle volte in cui viene evocata o emerge spontanea dal sottosuolo della mente) e determina il futuro.
Evocare significa rivivere qualcosa in differita. Questa sconnessione riporta sia a un tempo che non c'è più sia a un' esperienza che ha cessato fisicamente di esistere. Il risultato è il ricordo, ciò che pensiamo e ciò che raccontiamo ma non necessariamente ciò che abbiamo realmente vissuto.
Se il ricordo è positivo it's ok, tutto scorre liquido e lineare.
Se il ricordo è un trauma, una perdita, una sconfitta, qui iniziano i problemi. Presente e futuro si fanno piccoli e neri, diventa difficile stabilire cosa sia reale e cosa sia la realtà: quella cosa che vogliamo vivere o quella che vogliamo/vorremmo rivivere?
Ancora due cose e chiudo.
Se siamo ciò che viviamo, inevitabilmente siamo anche ciò raccontiamo.
In un'epoca social, il valore che la nostra immagine assume agli occhi dell'altro rappresenta un fattore chiave per la costruzione dell'identità. Siamo tutti fotografi, scrittori (guardatemi), muse e abbiamo tutti delle vite da raccontare (con le foto degli sport che facciamo, degli amici che abbracciamo, degli amori che amiamo, del cibo che mangiamo, della musica che ascoltiamo etc etc etc).
La memoria in questo caso è quello che il protagonista vuole che la gente sappia; è l'emozione che si vuol suscitare nell'altro (vedere il caso dell'autobiografia come genere letterario) ma non necessariamente risulta essere il vero, il vissuto.
Memoria come prodotto di uno scambio tra emittente e destinatario/i.
Sono felice perché lo sento o perché ho dato la percezione di esserlo?
Siamo partiti dall'individuo per giungere alla relazione con il mondo.
La memoria è collante, identità, detonatore e nel contempo un esplosivo comunitario.
Dittature, fracassi economici, traumi collettivi, l'Italia che vince il mondiale, il terremoto, Hiroshima, Cernobyl, le Twin Towers, Lady D., Albano e Romina, il Rwanda, Gaza, l'Abruzzo, Genova, Scampia, la strage nel quartiere, l'italianità:
la memoria come quintessenza di un tessuto sociale.
Come riparare un tessuto sociale rotto?
Segue.
Francesco
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