mercoledì 25 dicembre 2013

Auguri natalizi e bilancio attività 2013

Carissimi amici del The Circle Project Lab,
nell’augurarvi il meglio da queste feste, vorremmo condividere con voi il lavoro e le condizioni affrontate in questo 2013 di sfide , con un occhio ottimista e determinato per quello che sarà il 2014.
il 2013 è stato l’anno della nascita e della messa in gioco. Creare da zero un’associazione e proporre sin dal principio una nuova metodologia e un’applicazione concreta in ambito internazionale è stato per molti un atto “folle” e per noi una sfida.
Dopo quasi quattro mesi di ricerche e lavoro sul campo, tra salite e rapide discese possiamo fare una piccola sintesi di quanto proposto in terra messicana:
  • Una miglior organizzazione e potenziamento dell’equipe operativa del CPL nel suo primo anno di vita come A.P.S. italiana;
  • La formulazione e l’avvio di un progetto pilota in cinque paesi del continente latinoamericano e il consolidamento di azioni mirate alla ricerca e al lavoro su campo in Messico;
  • Validità del modello metodologico proposto dal CPL e formulazione di studi comunitari e di inchieste particolari dal punto di vista qualitativo e partecipato;
  • Ambizione e innovazione nel conoscere e affrontare nuove metodologie di lavoro locale e nuovi scenari di vulnerabilità e l’intervento che offrono spunti e riflessioni su possibili attività in Europa e in Italia:
  • Nuovo significato della cooperazione in un ottica comunitaria e inclusiva;
  • L’impatto del CPL nella promozione e formazione di reti solidarie attive in Baja California, Distrito Federal, Oaxaca, Chiapas, Guanajuato e Michoàcan che permettono un accesso ai servizi da parte dei beneficiari del progetto; l’idea che anima il nostro lavoro è quella di pervenire a una risposta concreta alle problematiche attraverso un lavoro e una progettazione comunitaria e inclusiva;
  • Sviluppo di reti a livello locale, nazionale e internazionale con specifico riguardo alla donna, all’infanzia e all’adolescenza, alle persone in movimento (Rifugiati, migranti, deportati, transmigranti e richiedenti asilo), alle persone con disabilità e alle comunità rurali o marginalizzate;
  • Il lavoro di campo nel complesso stato del Michoàcan dove abbiamo potuto appoggiare direttamente in termini di organizzazione e struttura, alcune associazioni locali e dove abbiamo contribuito alla costruzione di una rete polifunzionale di aiuto.
Non sono mancati i problemi e i passaggi a vuoto. La Repubblica messicana è stata un vero e proprio complesso scenario lavorativo dove la violenza, l’insicurezza, i conflitti sociali e le manovre politiche presenti in maniera determinante quest’anno, hanno viziato una parte del nostro lavoro.
Ciò è in parte dovuto alla mancanza di fiducia che alcuni attori locali hanno avuto nei nostri riguardi, in quanto associazione condotta da giovani stranieri che propongono nuove dinamiche di intervento sulla base delle necessità dei beneficiari diretti. Avremmo inoltre dovuto rispondere alle questioni di maggiore impatto tuttavia, per i limiti oggettivi dovuti all’organizzazione di un lavoro fuori dalla madre patria e un’equipe molto ristretta di lavoro, abbiamo dovuto focalizzarci su determinati aspetti e azioni concrete. Questa realtà ha inevitabilmente ridotto la nostra capacità di vincolarci con oltre ONG o di partecipare in modo più tempestivo a bandi o a patrocini di varia natura.
Per tutto questo, partendo dal lavoro realizzato in questo 2013, siamo felici di aver condiviso con voi una parte di una strada tutta da percorrere. Di tutto quello che abbiamo imparato e che impareremo, metteremo in campo sforzi e competenze per un 2014 di lavoro e di creatività che ci permetta di consolidare e rinforzare ciò che stiamo proponendo e realizzando per tutte quelle persone che richiedono, qui come altrove, un compromesso differente.
E’ in questo complesso motivante e scenario che allarghiamo le braccia aprendo la porta a tutti coloro che vorranno condividere con noi un nuovo approccio alla relazione di aiuto.
Abbracciandovi in modo sentito e sincero, vi auguriamo un felice natale e un coraggioso 2014!
L’Equipe CPL
The Circle Project Lab A.P.S
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The Circle Project Lab è un’Associazione di Promozione Sociale che opera dal 2013 in progetti comunitari inclusivi a livello locale, nazionale e internazionale. La sua missione è quella di promuovere la partecipazione attiva dei beneficiari in tutte le fasi della relazione di aiuto ( persone in movimento, infanzia, adolescenza, donne, disabilità e comunità locali), all’interno di un nuovo processo di cooperazione allo sviluppo gestito da una rete locale consapevole e polifunzionale, autoreferenziale, meno assistenzialista e dipendente da dinamiche esterne. L’Associazione lavora ponendo particolare enfasi nella promozione di una migliore integrazione locale attraverso il coinvolgimento di un ambiente rispettoso e solidale, sotto l’egida della diffusione di una cultura dell’aiuto basata sul rispetto degli attori, dell’etica e della sostenibilità che genera un impatto sociale reale e permanente.  
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lunedì 23 dicembre 2013

Francesco - Cadute e Rinascite




Rendere indipendente chi non vuole esserlo fino in fondo e' giusto?

Ringraziamo Luca per aver condiviso con noi questa riflessione.

La verita' e' che questi sono tempi di forte perturbazione. 
Parliamo di cooperazione. Cooperare significa contribuire attivamente al conseguimento di un fine.

jusq' ici tout va bien.

Il problema e' il soggetto, ovvero il protagonista. Chi coopera? 
Centralizzo, decentralizzo, dono, partecipo, organizzo, strutturo, lascio, valuto, costruisco, demando, penso.
Verticale, orizzontale, diacronico, sincronico, dal fondo, dall'alto.
Sembrerebbero flussi di parole senza logica poste dentro una cornice che via via perde di significato e si discosta dall'origine: AIUTARE L'ALTRO.

Ma cosa vuol dire aiutare? Chi aiuta? perche'?

Aiutare significa tendere la mano a una persona che a causa della fragilita' o della condizione di vulnerabilita' che vive sulla propria pelle si ritrova in una situazione di stallo o per meglio disegnare, al centro e destinataria di uno o piu' problemi. 

Come la aiuto? 

Mi avvicino a lei e leggo le sue necessita'. Come lo faccio e' tutto un programma e spetta a me scegliere il canale giusto: introietto, chiedo, giudico,vivo la biografia, analizzo la realta', instauro un legame empatico o propendo per la professionalita', vado dritto al particolare o mi basta il panorama, etc.etc.etc.(come se gli altri dettagli fossero meno determinanti).
Questo passaggio mi dice chi sono, che partito scelgo e se posso arrogarmi il diritto di AIUTARE. Non solo, la lettura mi dettera' l'agire pratico. 

Dalle necessita' esce una sintesi: l'unione di piu' problemi genera lo stallo e la vulnerabilita'. Soluzione? risolvere i problemi. 
Posso risolverli tutti? 

Ovviamente no, per il semplice fatto di non essere un semi-dio e poiche' dovrei avere competenze mirate alla soluzione di determinate classi di problematicita'.

Parto quindi dal mio pezzo. Coopero
Qui sorge il dilemma pratico: che ruolo attribuisco alla persona che vive il problema? 
Avrei dovuto pensarlo qualche riga fa. 
Se faccio tutto io, lei dipendera' in toto da me e dall'esito concreto delle mie azioni e delle mie priorita'. Se fa tutto lei, mi limito a dare una visione da fuori e un aiuto in caso di... ma allora non si giustificherebbe la richiesta di auto e la mia presenza.
Richiesta di aiuto??? Non dovevo toccare questo tasto. 
Sono stato realmente richiesto oppure volevo essere li', a tutti i costi presente? 
Voglio pensare di esserci (e con me tutti gli attori del no-profit) per esplicita e volontaria richiesta di aiuto e di cooperazione. Mi suona difficile e un tantino irreale eppure ci provo.
A questo punto dovrei pensare al mio pezzo insieme alla persona, stabilendo chi, cosa, quando, dove e come. Poi, attuare insieme azioni precise secondo tempistiche precise e valutare il tutto per vedere intoppi e successi. Infine, dovrei levare le tende se e solo se ho cooperato bene e lasciare che altri, per le competenze "reali" delle quali dispongono, facciano altrettanto, per risolvere gli altri tasselli problematici.
Alla fine, se tout va bien, tutti a casa e la persona sola, indipendente a gestire il consolidamento della sua strada per il benessere. 
E se non vuole?
Dico, se e' sempre stata abituata a chiedere e mai ad agire per motivi storici, culturali, religiosi, famigliari e personali, o se semplicemente pensa di non disporre di tutte le forze e conoscenze necessarie nonostante realmente le abbia acquisite nel tempo, che cosa succede? 
E se fosse anche il frutto di cattivo aiuto promosso, prodotto ed esportato dai professionisti dell'aiuto?
E se fossero entrambe le cose?
La verita', per concludere, e' che aiutare e' un atto cosi' semplice e naturale e come tutte le cose semplici non sappiamo cosa farcene sino a quando non le rendiamo impossibili e improbabili. 
Ora che la storia batte quotidianamente il suo verbo sulle nostre sempre piu' precarie vite, noi, quelli che aiutano o quelli che vengono aiutati, dobbiamo apprendere come far ritorno alla semplicita'.

Ci vuole fiducia.

Francesco.


lunedì 25 novembre 2013

Francesco - Lost Dogs cap 2: atlantide

Quant'e' bella Frontera Latina (una lei?) e quanto mi affeziono ai lost.
Atlantide esiste: biografie fantastiche che ti sfiorano e che se non le imprimi nella mente cadono giu' per abissi ove nulla piu' si recupera poiche' si dimentica.

C'e' l'addetto alla sicurezza davanti a uno shopping centre a Tijuana che dice essere appena uscito dopo tempi immemorabili dalle galere statunitensi per questioni di droga. Torna a casa, espulso, e si rifa' una vita perche' "qui nessuno mi ha chiesto niente. Per loro sono pulito e ho bisogno di soldi per tornare di la'...sai ho degli affari laggiu'".

C'e' la bimba indigena che a San Juan Chamula vende la mercanzia prodotta in famiglia con piglio di una onesta responsabile di marketing: "guarda che non ti sto facendo un prezzo da gringo. a te 20 pesos a loro 30!" viva l'onesta'.

Ci sono insegnanti che a San Cristobal de las casas scioperano per la riforma della scuola tra una pulizia di scarpe a opera di bimbi che la scuola la vedranno in cartolina e una lotta sotto l'egida dello stesso sindacato palesemente legato al governo che stanno combattendo. strategie.

C'e' un intellettuale zapatista che mi sbatte fuori dal suo ufficio per mancanza di sintonie.

Ci sono gli Hyppies di Zipolite che tra canne, funghi allucinogeni e Lou Reed, replicano senza sosta un 68' che non vivranno mai realmente.

C'e' Morelia e c'e' l'educazione. Sali sul collettivo e la gente fa una catena umana per passare i soldi al conducente. Sali, saluti e ti salutano. Vai al mercato, chiedi il basilico e si avvia un'altra catena (questa volta di urla e di passaparola) tra le bancarelle per trovarlo. "que tal joven, en que puedo aydarla?".

C'e' una suora che in barba alla morte sfida il machismo e la chiesa del circondario a suon di denunce, organizzando donne e bambini affinche' possano sopravvivere.

C'e' la direttrice di un centro per le donne a Oaxaca che e' passata dalla protesta alla poltrona in batter d'occhio e ora bada al dettaglio interessi e relazioni per non nuocere al suo mandato. aveva ragione Roberto Michels.

Ci sono io che sfaso e mi chiedo se mai e poi mai arrivero' al bancone per saldare il conto con la vita con qualcosa in piu' di una monetina truccata a perdere.

C'e' il politically correct di un alto funzionario capitolino che come incipit mi intima di lasciarli supervisionare le cose che scrivero' perche' non si sa mai. Democrazia direttissima.

Ci sono madri single che potrebbero scrivere libri su come hanno tirato su intere famiglie e riscattarsi da vite di sacrifici e giri al limite del reale. Best Sellers.

C'e' una bimba che ogni sera, prima di andare a dormire, legge un diario di dediche scritto da tante persone prima ancora della sua venuta al mondo. tra le tante voci, quella di una madre che non vede.

C'e' il cibo comunitario.

Ci sono reporters che fotografano i morti ammazzati meglio della scientifica e poi li sbattono sui tabloid vicino a un paio di tette al vento. Anche l'occhio vuole la sua parte.

Ci sono i taxisti. C'e' quello che e' padrone del mondo e aiuta le persone a scappare oltre confine, c'e' quello che e' amico dei narcos come dei politici e ha rinunciato a fare l'ing. informatico perche' gli piace "ascoltare" e c'e' quello che deve pagare un sacco di soldi a colui che li presta il veicolo e non sa se a fine giornata portera' del pane a casa.

Ci sono un sacco di altre storie che scrivero' qui, piu' per me che per voi, perche' non posso permettermi il lusso di farle passare. Esibizionista.

Francesco.

mercoledì 20 novembre 2013

Francesco - Lost Dogs cap 1

Cani sciolti, persi. 
Cose che si tengono dentro, storie di questo andare e considerazioni dalle viscere del continente latino e dalle cantine dei nostri corpi.

Una mamma entra con la figlia al seguito. La bambina ha un cappello per coprire la chemio che non serve piu'. Serve un'operazione e a breve si fara'.
Unica certezza per tutti e io vacillo. La bambina tira fuori due lecca lecca e chiede di Kamila. 

Kamila, 8 anni, mi stende in un attimo quando poi le chiedo cosa pensa dei bambini malati di cancro con i quali gioca: " la tristezza e' contagiosa, il cancro no pero' quello trasmette depressione".

Nel tardo pomeriggio il knock out che mi lascia al tappeto: una signora entra in sede accompagnata dalla figlia adolescente per donare quanto non avevo ancora visto: una treccia di capelli a una prima vista appartenenti alla figlia. La signora aggiunge: "posso anche coprire i costi per creazione della parrucca, mi chiami a questo numero e saro' felice di rendermi utile".

E tu Francesco, tu che sei li e hai scelto di lavorare con il tema del cancro infantile, tu che sai tutto, non avevi pensato a queste cose?
Ovviamente no, per mia colpa no, per le mie frontiere no.

Il rapporto con la frontiera e' una storia molto intima  e non e' necessario muoversi verso orizzonti e terre lontane per imbattersi in lei.

Provo un'attrazione irrefrenabile per la frontiera. E' unica e senza alcun limite di senso e di spazio e qui giace il suo paradosso.

La frontiera e' netta separazione e allo stesso tempo porta di accesso verso l'infinito nel senso delle infinite cose che sfuggono al conosciuto, alla vista e al percepito.

E' la cinta che demarca la sicurezza, la consuetudine, il controllo.
E' tremendamente concreta, la vedi, la vivi e la scegli. 

C'e' chi la vede come certezza invalicabile e paradiso securizzante: da questa parte so chi sono e posso riconoscere  la mia terra, la mia gente, la mia identita', il mio costume. Qui non possono esserci nemici e problemi, ma per esserne piu' consapevole, devo staccarmi dal confine perche' piu' mi avvicino piu' sento crescere un brivido, un'incertezza. 

Che cosa c'e' dall'altra parte? Chi e' l'altro da me?

C'e' chi smania dalla voglia di vedere: oltrepassare la soglia con il cuore che cambia il suo status per tuffarsi oltre l'ignoto, dove regna la messa alla prova, la destabilizzazione. Di la', non so chi sono, non trovo la mia identita' e neppure la mia gente: trovo mondi nei mondi e non posso affrontarli se prima non li comprendo. Non potevo prepararmi prima poiche' ignoravo, non vedevo, quindi devo imparare, costruire.

A questo punto la frontiera pocanzi lasciata alle spalle fisicamente, si ripresenta dentro.
Frontiere mentali. 
Convinzioni, paure, viaggi passando per una pioggia di stati d'animo che a loro piacimento smontano e rimontano il tuo essere.

Se la frontiera fa male o spaventa puo' benissimo diventare una coperta per avvolgersi nelle proprie certezze.
Se essa invece e' insopportabile e inconcepibile puo' diventare un trampolino verso una rinascita, facendo pero' attenzione a non percorrere la rotta inversa.

La frontiera pero' non si schiera: e' terra di nessuno e non si fa usare. Non si puo' vivere nel confine, si deve scegliere.
Ogni scelta porta in grembo una rinuncia e una propensione, il tutto sta nel come uno vuole affrontare le cose e come vivra' poi la conseguenza del suo movimento.
Sono giornate nelle quali mi infrango in continue frontiere. Molte credevo di averle valicate anni fa senza far piu' ritorno e mi sbagliavo.
Molte altre invece sono piovute sul mio andare lasciandomi inerme e rimandandomi sempre alla solita, insoluta questione legata al come aiutare e come aiutarsi.
Francesco



venerdì 8 novembre 2013

Nadia - Ho imparato a....

Eccomi qui, direttamente da Guanajuato. 
Negli ultimi giorni e' stato un continuo viaggiare e un non fermarsi mai.

Dopo Patzcuaro con la sua irripetibile magia del dia de los muertos e Morelia con il suo centro storico immenso (nonché patrimonio dell'Unesco) ora ci ritroviamo qui, a Guanajuato.
Sto diventando noiosa, lo so, ogni posto nuovo che vedo finisco sempre con il definirlo pazzesco e mozzafiato, pero' vi assicuro che Guanajuato batte tutti e tutto.
Vedere per credere e credo che queste foto parlino da sole!
Ho imparato a trovare in qualsiasi citta' un qualcosa di unico ed eccezionale un po' come se strappassi qualcosa e lo portassi sempre con me. Patzcuaro e la magia della notte illuminata da candele soffuse. Morelia e le chiese imperiali e le piazze mozzafiato e ora Guanajuato e i vicoli stretti, i teatri e una visuale a 150 metri di altezza irripetibile ed indimenticabile.


Ho imparato ad emozionarmi anche solo vedendo un paesaggio. 
Ho imparato a vivere senza compromessi e a qualsiasi condizione. 
Ho imparato a soffermarmi sulle piccole cose, sui particolari che caratterizzano le persone e le loro tradizioni. 
Ho imparato a conoscere culture diverse, completamente opposte alla nostra. 
E credo che tutto questo sia merito del viaggiare...
Del catapultarsi in un altro mondo e adeguandosi al  cibo, alle  abitudini, alle doccie ghiacciate, alle notti insonni passate sui pullman o a dormire per terra ospitati da una famiglia che pur non avendo niente ti da' tutto.
L'arte di viaggiare e di conoscere nuove persone, nuove visioni e nuove prospettive di vita.
Posti magici cosi' credo siano ben difficili da ritrovare... Ed e'  per questo che con occhi sognanti mi godo ogni attimo e cerco di fotografare ogni cosa per portarla nella mia mente per sempre. 

Non so se e' questa esperienza, il posto o non so che altro...ma sento di avere tutta un'altra visione delle cose rispetto all'inizio di questa, per me, "nuova avventura". Sicuramente, dato che sono ormai vicina al mio ritorno in Italia, questa citta' credo mi abbia dato il colpo di grazia...Guanajuato e' strepitosa.
 E' colore, e' arte, e' architettura di altri tempi.
La citta' dove vale la pena viverci perche' tutto sembra piu' bello e unico.
La citta' degli artisti, dell'universita' e delle bande che suonano sin dalle prime ore del mattino.

Nadia

domenica 3 novembre 2013

Claudia - Noche de Muertos

Noche de Muertos.
Puo' sembrare alquanto tetro come inizio, invece e' solo il nome di una notte che incanta, di una tradizione che affascina.
La tradizione vuole che la notte tra l'1 e il 2 Novembre, sia il momento di vicinanza assoluta con i propri cari non piu' in vita. 
Dopo i preparativi di giorni e giorni, durante i quali le strade, le lapidi, le chiese vengono adornarte con vere e proprie sculture e altari realizzati con fiori color arancio, frutta, pane, candele, ogni famiglia, la notte, va al cimitero con cestini colmi delle pietanze preferite dal loro caro defunto e avvolta da un turbinio di luci soavi si siede a condividere il momento con chi non c'e' piu', a parlare con lui, a pregare.
Ed e' cosi', dunque, che calato il sole, la piccola isola di Janitzio sul lago spicca con le sue luci nel buio di una notte puntellata di stelle timide. 
Il cimitero che da' su un promontorio sul lago, lasciando intravvedere l'incanto di uno scenario che spinge lontano fino alla costa di Patzcuaro, e' stracolmo.
Ti siedi e ammiri, in un silenzio riflessivo e attento per vivere il sapore e il calore di tanta unione.
Le candele sparse ovunque,sono l'unica nota di luce.
 Le vecchine avvolte serie nel loro scialle li' sedute accanto alla lapide ben adornata.
I bambini che seguendo l'indicazione dei genitori, parlano con i nonni che non ci sono piu', perche' e' questa la notte in cui son piu' vicini. 
La notte e' lunga, ma non importa. Quello che conta e' essere li'e condividere.
Nel frattempo, i vicoli in salita dell'isola sono animate a festa. Perche' di una vera e propria festa si tratta.
La morte vista come un proseguimento della vita, un fatto quotidiano, non la fine di un qualcosa. 
La morte che "si venera" e con cui si scherza bonariamente; la morte che accoglie e non che toglie.
Questo e' il senso di una tradizione radicata.
Balli tipici ad oltranza nell'arena/teatro dell'Isola; pofumo di enchiladas ad ogni angolo;un sentimento forte di comunita' e di unione che stanotte non esclude nessuno.
E quando la lancha ti riporta sull'altra sponda del lago, intorno e' piu' buio, ma gli occhi puntati sulle luci in lontananza di Janitzio ti riscaldano il cuore e la mente.

Claudia



giovedì 31 ottobre 2013

Nadia - Patzcuaro

Dopo importanti incontri a San Cristobal, con tutte le informazioni necessarie e in attesa di risposte interessanti, abbiamo deciso di dirigersi verso il Nord per il dia de los Muertos, piu' precisamente a Patzcuaro in Michoacan..
18 ore di pullman, 24 ore di passaggio nella capitale e 6 ore di bus notturno per arrivare in questa citta' della quale non ne sapevo nemmeno l'esistenza.
A mia insaputa, Patzcuaro e' la meta piu' popolare e ricercata dai turisti e dai messicani stessi, per festeggiare il dia de los Muertos, la festa piu' sentita dal popolo messicano.
Proprio per questo motivo, se non si prenota in anticipo un ostello per dormire, il rischio di non trovare un alloggio e' altissimo.
Ma a sfidare la sorte fin'ora ce la siamo cavata...e cosi' e' stato.
A nostro rischio e pericolo, alle 6.00 del mattino arriviamo al terminal bus di Patzcuaro. 
In giro pochissima gente e ad accoglierci solo il freddo mattutino.
Pieni di speranza e con le dita incrociate ecco che iniziamo il nostro tour: "mi spiace, ma siamo al completo". Qualsiasi struttura alberghiera presente in citta' e'stracolma, oppure vende le ultime camere a prezzi da capogiro. Sempre piu' convinti a spostarci verso Morelia (a 40 Km da Patzcuaro), veniamo a sapere dalle persone del posto che ci sono famiglie che, per l'occasione della festa, affittano "stanze" o dei piccoli spazi con a disposizione giusto il materasso e acqua calda (solo in determinati momenti della giornata), a basso prezzo.
Senza perder tempo e senza perderci d'animo, cominciamo a bussare di casa in casa per trovare ancora questi piccoli spazi in affitto, imbattendoci in una serie di fallimenti. 
Quasi esausti arriviamo davanti ad un bel cancello rosso; ad aprirci finalmente una signora, che per non so quale nostra fortuna, ha una stanza a disposione perche' i ragazzi che l'avevano prenotata non si sono presentati. La stanza non e' altro che un buco con un letto matrimoniale e un materasso per terra con pareti sbiadite e un bagno senza acqua calda, o meglio, dura piu' o meno 5 secondi, ma a noi tutto questo, va piu' che bene.
Non capita tutti i giorni di poter festeggiare il dia de los Muertos nella meta piu' ambita dai messicani stessi!
Patzcuaro e' una citta' affascinante, dall'architettura che colpisce. Affacciata completamente sul lago dove, mediante una lancia, puoi raggiungere l'isola Janitzio sulla quale poi nella notte tra l'1 e il 2 Novembre ci aspetta la magia e il mistero di questa tanto rinomata festa.

Nadia

giovedì 24 ottobre 2013

Ivano - In the flesh

San Cristobal de las Casas, e pioggia. 
Si gira per le associazioni (due, per ora, con l'imperativo giornaliero di quadruplicarne il numero entro sera) con impermeabili e scarpe zuppe. Il meteo condiziona i nostri piani. Sprazzi di sole e giornate umide. Le strade si asciugano in fretta per lasciare il passo a torrenti che scorrono verso la piazza del paese. I venditori indigeni si rifugiano sotto i porticati, sotto i cornicioni, nei negozi o negli internet point. I turisti scompaiono e la città si ferma. Donne indigene scalze a ridere del meteo e l'acqua che entra nelle scarpe e inzuppa le calze. La fortuna dei taxi e dei bus collettivi. Ancora una strada e ci siamo. E l'acqua sale alle caviglie. Al mercato i tendoni di plastica offrono un esiguo riparo e le bancarelle distraggono dal nero delle nuvole. Il tempo sembra non migliorare mai. Polli sgozzati a petto aperto. Le budella da una parte e il loro corpo dall'altro. Chiazze rosse sotto il banco diluite dall'acqua che cade incessante. L'acqua che sale fino alle ginocchia. Cd contraffatti, frutta e verdura impilata in piccole piramidi vendute a dieci pesos - ma il prezzo può calare se si contratta. Dolci al cocco e arachidi melassate. Il prezzo può sempre calare se si contratta. Calano le pretese di un intero popolo, tambien. La lotta armata diventa commercio. Quando si vede che le cose non funzionano si lotta e se la lotta non si trasforma in movimento rivoluzionario allora la si fa diventare un ideale spendibile sul mercato locale. Lo zapatismo è il marchio di fabbrica di San Cristobal. La città ideale per chiunque abbia in casa una maglietta del Che. La pioggia sale e il livello di saturazione esplode, e la vita diventa vita indigena, e i bambini imparano a piangere e a dire ai turisti (e a noi) di essere appena stati derubati provando a smuovere (e riuscendoci) quel senso di ristretta superiorità che contraddistingue l'essere benestanti col vivere-per-sopravvivere. Necessità. L'idea di vivere a contatto diretto con un popolo che discende dalla civiltà pre-colombiana è tanto affascinante quanto può esserlo il vedere come le persone vengano marginalizzate e dimenticate dalla società. 500 anni di vita comunitaria per cosa? Per lo sciopero a oltranza dei professori e le scuole chiuse? I docenti in piazza e gli studenti a lucidare le loro scarpe sul lastricato davanti alla cattedrale. Colore. Tutto è colore. Persino la religione è colorata, e lo è anche la politica. Colorata e radicata nel territorio, sebbene sia una forma di radice diversa da quella che si può intendere. Tutto è politica e tutto è distante dalle persone. E mi sembra a mia volta di viverlo sulla mia pelle questo modo di essere. Se i venditori indigeni ti possono insegnare un qualcosa in questa parte di mondo questo qualcosa è allo stesso tempo la concretezza del vivere e la spietata ironia delle cose concrete.




Ivano

domenica 20 ottobre 2013

Nadia - Magia soffusa

Prima notte a San Cristobal (Chiapas).
Siamo passati dai beati 34° di Zipolite, al fresco clima di montagna a 2000 metri di altezza. Piove costantemente, ma questo non toglie il fascino che porta con sè questa città.
Le strade sono strette, le case colorate e ci sono negozietti spettacolari di artigianeria unica.
Ciò che mi ha stupito maggiormente, però, sono le persone. Si tratta di popolazioni indigene: le donne vestite con "gonne" (pezzi quadrati di stoffa) di lana nere, legate in vita da una semplice fascia colorata, i capelli sono scuri, lunghi, legati con una treccia e sulla schiena portano bimbi oppure oggetti da poter vendere tenuti in uno scialle. Gli uomini sono vestiti con abiti di lana bianca, o nera sempre in lana, legati in vita da un cinturone in puro cuoio e in testa sempre un sombrero. I bimbi invece son quelli che mi hanno lasciato a bocca aperta.
Ragazzini di non più dieci anni con il volto già adulto. Vestiti esattamente come loro. Si ritrovano a lavorare per guadagnare qualche pesos. C'è chi vende frutta, chi pulisce scarpe, chi vende bracciali e chi portando sulla schiena la sorellina chiede solo un pò di elemosina. 

Una popolazione legata alla religione, a Dio e alla Chiesa.
Oggi abbiamo fatto visita al Templo de San Juan Chamula, la prima chiesa al mondo che è riuscita a regalarmi un momento magico ed emozionante che mi ha permesso di assistere affascinata all'esecuzione dei loro riti religiosi per quasi due ore.

All'interno della chiesa, il pavimento è ricoperto di aghi di pino sui quali gli indigeni pregano in ginocchio adornando piccoli altari fatti di candele. L'atmosfera è soffusa e nell'aria l'incenso fa da padrone. I fedeli davanti alle proprie candele pregano, da soli oppure in gruppo, offrendo in sacrificio uova, bibite e qualsiasi altra cosa, ho visto adirittura galline vive.
Uno spettacolo davvero magico che molto probabilmente a parole non riesco a far capire per bene, però è stato tutto mozzafiato.
All'esterno della chiesa invece, per celebrare e festeggiare la domenica, si riuniscono in tavolate per pranzare a base di tacos, carne e mezcal.
Intorno alla piazza un super mercatone di oggetti artigianali, frutta e vestiti tipici, talmente fitto e pieno di gente da far fatica a camminare.

E vorresti fotografare davvero ogni cosa; per tenerla dentro, per ricordarla sempre e mantenerla viva. Ma qui fotografare è come rubare l'anima;ti puoi permettere solo qualche scatto discreto. Dunque ogni emozione, ogni istante, ogni stupore rimane indelebile nella memoria,perché è davvero qualcosa che ti colpisce dentro.

Nadia










venerdì 18 ottobre 2013

Nadia - Incredibile ragazzi!

34 gradi, oceano pacifico, amache e capannine in legno. E' da qui che scrivo, direttamente da un paradiso terrestre.


Zipolite, un paesino sperduto nella parte Sud-ovest del Messico, dove in assoluto regna la pace e il relax. E' la nostra meta per un breve break mentale dopo il frenetico week end nel villaggio di Zaniza con la popolazione indigena.
Qui i messicani hanno altri tratti; fisico palestrato, capello non troppo scuro e tintarella invidiabile. Qui e' il surf che regna sovrano.
Le onde del pacifico sono onde micidiali, personalmente a vederle fanno anche un po' paura, ma la temperatura e' troppo elevata per non azzardarsi a fare un bagno.
L'acqua e' trasparente, la sabbia e' finissima e le palme aggiungono il giusto equilibrio per un perfetto paesaggio tropicale.

La vita qui funziona a rallentatore, nessuno e' di fretta, nessuno urla e nessuno e' troppo stressato. L'oceano ti rapisce mentalmente. Ti libera dai pensieri, dalle paranoie, dallo preoccupazioni, ti libera totalmente.
Direi che dopo giornate difficili e di duro lavoro, non considerando poi le ore interminabili a bordo dei mini-autobus con polli e notti insonni, queste tre giornate di pura riabilitazione mentale ci stanno alla grande.
Se parlo così comincerete a pensare che siamo puramente e beatamente in vacanza, ma non lo è proprio del tutto.
Ci stiamo dedicando al sito, alle email e ai contatti passati e futuri che potranno esserci utili, però ovviamente, tutto cio' fatto da un internet point con vista oceano ha tutto un altro aspetto.

Zipolite, e' un paesino vista oceano. Piu' che un paesino forse e' meglio dire una via, di 5 negozietti, 8 ristoranti (con pesce fresco a prezzi stracciati) e capannine in legno per dormire. Un piccolo spazio limitato, dove tutti si conoscono e dove fa sempre caldo.
Beh, che dire... forse ora vorreste essere al nostro posto e direte anche "beati loro", come darvi torto!
Però il tempo vola e queste giornate passano super veloci e presto ci tocchera' salutare anche questo incantevole  paradiso.
Un po' ustionati e pronti per il lavoro che ci spetta, prossima tappa Ixtepec.
Per il momento pero', ci godiamo questi ultimi attimi magici di paradiso!

Nadia



martedì 15 ottobre 2013

Claudia - Sotto un cielo stellato

La frenesia del D.F, i ritmi serrati per i mille appuntamenti di Oaxaca, fino ad arrivare ad un salto indietro nel tempo, dove l'unica spinta verso la tecnologia e' il walkie talkie.
Trascorriamo la sera del venerdi' ospitati dalla stazione degli autobus, dove per 5 pesos affittiamo una stuoia per dormire per terra, insieme a tutti gli altri viaggiatori che dopo essersi sparati due ore di telenovele messicane alla tv, sono crollati in un sonno profondo.
L'autobus arriva alle 5.30 del mattino, in orario; l'autista carica le valigie sopra il mezzo e via pronti per partire, destinazione Zaniza, un paesino perso e quasi dimenticato tra i monti.
Con noi sull'autobus, scorte di cibo e soprattutto di cipolle da portare in famiglia.
Arriviamo a destinazione verso le 13.00, dopo la formidabile guida del sig. autista che nonostante ci fosse un'unica via per salire non asfaltata e a doppio senso e' riuscito a fare l'impossibile.
E' sabato e suor Lupita ha gia' dei programmi con la comunita' femminile, lei e l'Hermana del Socorro (detta Soco) ci dicono che la prima cosa che dobbiamo fare e' mangiare, perche' non esiste comunita' indigena che non offra cibo.
E cosi' le donne ci invitano a prendere posto accanto alla loro tavolata e subito ci servono un piatto di riso e fagioli e ovviamente tortillas a volonta'.
Suor Lupita ci lascia uno spazio all'interno della riunione programmata a quanto pare da un anno, per presentarci e per parlare con le donne presenti. Ci studiano e ci guardano come se fossimo davvero di un altro pianeta. Ci chiedono di dove siamo, ma non sanno bene dove si trovi l'Italia, tanto che mi chiedono se e' vicina agli Stati Uniti.
Suor Lupita ci dice che verremo ospitati da una famiglia che ha delle stanze.
Ad accompagnarci e' il figlio piu' piccolo del nucleo che non ha nemmeno 10 anni, ma sembra gia' un piccolo uomo. Ci sistemano nella stanza che il figlio maggiore usa come rifugio per i compiti. C'e' un letto composto da una tavola di legno, un tavolo, qualche sedia e presto il piccolo uomo ci porta delle stuoie da mettere per terra.
La doccia e' fuori, dietro la stanza, e l'acqua, solo fredda, la apre a comando la signora perche' non ce n' e' molta. Per il bagno, invece, bisogna munirsi di torcia, dato che quando cala il sole non ci sono luci e camminare tra le altre casette.
Dopo che ci invitano a lavarci (credo anche in effetti per il nostro cattivo odore) e a riposarci (credo per le nostre facce distrutte ancora dal viaggio), ci chiamano per la cena, allestendo il tavolo solo per noi. Il pasto e' a base di fagioli, uova, tortillas e caffe'. Tutto ottimo. Intanto la signora e suo marito, sebbene appaiano timorosi e timidi nella loro impeccabile e accoglientissima ospitalita', si prestano poi con curiosita' a rispondere alle nostre domande e a chiedere di noi.
Ci buttiamo nei sacchi a pelo, puntando la sveglia prestissimo; suor Lupita ha organizzato una visita guidata ai pollai costruiti per favorire il lavoro delle donne.
Il gallo ci sveglia prima del tempo, laviamo i denti con la bottiglia d'acqua, ci vestiamo in stile montano e aspettiamo non sapendo bene cosa  fare per non offendere e non ledere in alcun modo la loro ospitalita'.
La signora ci sorride e ci invita a fare colazione poco dopo, sono le 9.00 del mattino e il desayuno prevede riso e fagioli e tortillas. Un inizio soft direi.
Segue, una camminata su per la collina sotto un caldo inaspettato, tra le varie case, accompagnati da una serie di donne con figli in spalla che salgono e scendono dai sentieri come se nulla fosse, mentre noi alla prima scivoliamo. Cosi' vediamo tutti i pollai, diventando di botto esperti psicologi delle situazioni di stress per le galline.
Finiamo la giornata, con cena a base di brodo di pasta, uova e fagioli.
Sveglia alle 3 del mattino per raggiungere l'autobus che ci riporta in citta'.
Un week end di piccole cose. Fuori dal mondo, fuori dalla possibilita' di fuggire via o di rifugiarsi nelle proprie abitudini. Un respiro immenso di aria fresca, sotto un cielo nero e stellato, con le lucciole ad illuminare il cammino tra i campi e la sveglia del gallo al mattino.
Dove il cibo e' solo necessita' e non gola, dove non importa cosa indossi ma solo cosa riesci ad apprendere dentro di te da tutto questo, a partire dalla gentilezza e dai sorrisi delle persone, che nonostante tu sia un intruso che senza preavviso irrompe nella loro quotidianita', ti chiede di tornare presto.

Claudia






venerdì 11 ottobre 2013

Nadia - catapultati in un'altra realta'

Catapultati in un'altra realta'.
Oaxaca, una messicanita' che non fa paura; case colorate, centro turistico e a misura d'uomo.
La citta' del cioccolato, del Mezcal e dei Chapulines (cavallette essicate al retrogusto di limone).
L'idea delle cavallette ha vinto sulla mia buona intenzione di assaggiare tutto, quindi "sfortunatamente" mi son persa il sapore di quest'ultime.

Ora pero' veniamo al sodo. Dopo un giro turistico della citta', si passa subito al lavoro.
Catapultati in un'altra realta'. Una realta' che non avevo mai visto. Una realta' claustrofobica, dove tutto é niente, e niente é' tutto; il carcere.
Teoricamente donne e uomini dovrebbero essere divisi, praticamente esiste solo un piccolo spazio dove possono accedervi solo le donne, per il resto, e' tutto un misto.
Donne, uomini, bambini e neonati. Credo di aver detto tutto.
Abbiamo avuto l'opportunita' di parlare con donne recluse, condannate di media a 7, 12 anni per reati non commessi o commessi. Questo non si sa.
Le giornate che non passano e le ore che sembrano un'eternita', e' il pensiero che le accomuna maggiormente.
Si creano dei piccoli lavori, artigianali o non e cercano di pensare alla famiglia, ai figli per avere la forza di andare avanti in questa realta' cosi' lugubre.
Mancava il respiro a sentirle parlare, mi sentivo soffocare, mi sentivo oppressa.
E la realta' del carcere, quella vera intendo, e' ben altra: prostituzione, circolo di droga, di armi, condizioni pessime e di violenza. A me é bastato vedere la parte "migliore" per sentirmi "male".
Di certo e' che siamo pronti ad andare fino in fondo.

Catapultati in un altra realta'. 
Ora ci aspetta un viaggio interminabile, su un bus dei polli con i bagagli sul tetto, per andare verso il "nulla". Zaniza. (Giuro che non sapevo nemmeno dell'esistenza di questo posto). Pero' ci siamo. Zaino in spalla e sono pronta per catapultarmi in un altra realta'. Di certo l'entusiasmo non manca.
Vivere alle loro condizioni, e' questo il bello.

Nadia




mercoledì 9 ottobre 2013

Claudia - Mirador

Sveglia alle 6 del mattino. 
Fuori ancora buio e ancora abbastanza fresco. 
Doccia al volo, e dritti a piedi verso l'IMO, Istituto per le donne di Oaxaca. 
Da qui, gita automobilistica di un'ora e piu' per raggiungere la comunita' di Ixtlan, nella Sierra Norte, tra i monti.
Ed e' cosi' che tra curve continue e riposini per qualcuno, siamo giunti la' dove le nuvole toccano le cime delle montagne, in un vortice di magia e colori tanto nitidi da sembrare un dipinto.
Alla base del viaggio, un cd oaxaqueño tra il romantico e il melanconico. 
Arriviamo nella piazza principale, proprio davanti al Municipio, sulle note di "All by my self", in spagnolo (lascio alla vostra immaginazione ogni possibile giudizio).
Segue colazione oaxaqueña di gruppo, su invito del Presi. 
Sono le 9.30 del mattino, e noi da buoni italiani sogneremmo un buon caffe', magari un dolcino..
Invece praticamente pranziamo (e noi nella scelta del menu' siamo stati anche discreti rispetto al resto della tavolata): cioccolata calda tipica del posto, uovo strapazzato alla messicana, quesadilla di formaggio e fiori di zucca etc.. etc...
La colazione sembra durare un tempo infinito, ma nonostante gli impegni e il motivo per cui la Directora e' li' (ovvero visionare dei terreni per costruirvi una casa protetta per donne vittime di violenza)  a nessuno sembra importare se l'agenda della giornata e' ben serrata.
Per digerire bene il modesto pasto, tutti sulla camonieta del Presi. Noi ovviamente siamo sul retro a cielo aperto (per la gioia soprattutto di Nadia) e godiamo di tutto il paesaggio.
Questi monti verdissimi che si perdono l'uno nell'altro incrociandosi dolcemente a meta' strada; l'aria fresca e piacevole; il cielo che sembra piu' arrivabile del solito.
Arriviamo al primo campo da visionare, e sembra piu' che altro un'escursione montana.
 Ovviamente non ho le calzature adatte e tempo zero, la mia scarpa sinistra finisce interamente in un miscuglio di acqua e fango, suscitando l'ilarita' del Presi e gli inevitabili commenti dei miei compagni di viaggio ("sei sempre la solita").
Altro giro e altra corsa, e si raggiunge l'altro campo da visionare. Aprofittando della sosta io e Francesco ci spostiamo appena piu' in giu' per cercare di immortalare qualche cartolina di quei magnifici scenari.
Ci accorgiamo che la strada e' lunga, quindi tempo cinque minuti e torniamo indietro ma non c'e' piu' nessuno! 
Io, lui, una vecchina che sta passando di li' e la natura.
Ottimo!
Dopo aver tentato di seguire la strada per un tratto nella speranza di vederli anche solo in lontananza, decidiamo di fare dietro front e di incamminarci a piedi  in discesa verso il centro.
Incontriamo nuovamente la vecchina che ci guarda un po' stranita, ma prosegue nel suo lento seppur battuto cammino.
Forse abbiamo percorso 200 metri e ci sorprende da dietro un taxi che si ferma e ci dice: "il Presi mi ha ordinato di tirarvi su se vi avessi incontrato".
E cosi' saliamo.. e riusciamo a scattare delle foto, curve permettendo, dal finestrino posteriore.
In men che non si dica ci ritroviamo al Municipio e mentre scendiamo dall'auto, il taxista al walkie talkie dice ad un tizio di avvisare il Presi che ci ha portato a destinazione, quasi come se fossimo in protezione speciale.
Dopo mezzora, vediamo spuntare finalmente la camioneta rossa del Presi, con Nadia in posa plastica e fiera in piedi sul retro.
Ovviamente tutti ridono e ci deridono. 
Dopo aver tentato di tornare indietro a recuperarci, avvisando il taxista di raccattarci , sono saliti fino in cima alla montagna, al Mirador, a guardare la vallata dall'alto. 
Uno spettacolo insomma.
E noi a scattare foto dal finestrino del taxi...

Claudia


lunedì 7 ottobre 2013

Claudia - Tortas, tortas, tortas..

Eccoci qui, a Oaxaca per qualche giorno.
Sabato sera abbiamo preso un autobus notturno che ci ha portato direttamente qui.
Partenza ore 22.00; arrivo ore 4.30 del mattino.
Nel mezzo, tentativi di sonno, quasi interamente falliti. Inizialmene, i venditori ambulanti si davano il turno per fare il giro sull'autobus, vendendo bevande, dolci, e cibo in generale, con una signora che facendo avanti indietro infinite volte, ripeteva con un tono monocorde: tortas, tortas, tortas.. come una cantilena che ti entra inevitabilmente in testa.
Ovviamente non e' mancato il promotore di unguento magico risolutore di ogni tipo di malanno possibile e immaginabile.
Passata la fase venditori, abbiamo sperato in un silenzio conciliante il sonno. Invece, musica latino americana a palla per tutto il viaggio (credo di aver imparato le canzoni nel mio oblio), luci accese e spente a ripetizione per non so quale motivo.. salviamo solo la comodita' dei sedili.
Arrivati alla stazione di Oaxaca ancor prima dell'alba, abbiamo cercato di recuperare un po' di sonno perduto. Tuttavia, anche qui odore di carne e di tamales gia' alle 5 del mattino, con tanto di signora bella attiva che gridava a squarcia gola per attirare i clienti.
Atteso il primo sole, ci siamo avviati verso il nostro Ostello.
Oaxaca e' un'altra dimensione rispetto a quanto visto fino ad ora.
Citta' coloniale, con le casette basse e colorate, inondata di templi e di una certa tranquillita'.
La domenica ci ha regalato una citta' semi vuota per buona parte della mattinata; poi il tutto si e' risvegliato a partire dalla celebrazione della settimana della famiglia, con tanto di balli al ritmo della banda, con bambine bellissime nei loro vestiti tipici che si muovevano a tempo sul piazzale della Iglesia de Santo Domingo, insieme a mamme e papa'.
La sera ci ha sorpreso con una sagra, con un'altra festa che avvolgeva l'intero centro, offrendoci l'opportunita' di non perderci un assaggio dei piatti tipici di qui.
Ecco che qui vediamo e viviamo un'altra messicanita'. Una citta' piu' a misura d'uomo forse, dove ti sembra quasi di essere in vacanza dal ritmo battente del D.F..
Un giro al mercato per immergersi nella realta' vera, ed ecco che si riassapora il gusto del caos latino.
Donne piu' o meno giovani con bambini a seguito; vecchine che serie sistemano la loro verdura; uomini che trainano pesi di ogni genere; ragazzi dagli sguardi duri, bambine intente ad inventarsi un gioco.
Basta poco, poi, per accorgersi che benche' apparentemente sembri un'oasi felice, la poverta' picchia e colpisce. Tanti mendicanti, di ogni eta', seduti appena fuori da una chiesa super sfarzosa in cui, al finale della messa, il prete chiede soldi per aggiustare la campana, oppure appostati silenziosi agli angoli delle strade.
E' qui, credo, che la contraddizione ti fa arrabbiare, in un certo senso.
E' qui che inevitabilemente rifletti su quanto tempo perdiamo dietro a cose inultili, non penando alla profondita' e al senso di cio' che e' davvero importante.

Claudia


venerdì 4 ottobre 2013

Nadia - E' da un pò che non scrivo..

Giornate difficili. Almeno dal mio punto di vista..
S'inizia a sentire nostalgia delle persone in Italia, delle proprie abitudini e lavorare/convivere 24 ore su 24 non è mai così semplice.
Per fortuna poi, basta uscire dal nostro Hotel a basso costo, e i problemi vengono in secondo piano.
Ci si tuffa in un mondo supercaotico, dove c'è sempre qualcuno e qualcosa che ti sorprende.
E' tutto inaspettato; ci si alza al mattino e non si penserebbe mai di poter incontrare qualcuno che vende in metropolitana, a soli circa 1,20 euro (20 pesos), un libro di psicologia che parla della depressone, promuovendolo come il libro della vita, un amico di famiglia perchè tutti siamo o saremo depressi.
Oppure di trovare un anziano sulla settantina, che costruendosi da sé una specie di tamburo e due bacchette, con plastica e legno, inizia a cantare e a suonare, picchiettando sul suo operato e qualsiasi altra cosa intorno a lui, intrattenendo l'intero vagone.
Oppure, non potremmo mai aspettarci di assistere durante un giro al mercato a risse tra due ragazzi per non so qual motivo.
Tra l'altro, rimanendo in tema mercato...davvero splendidi, a parte il fatto che devi avere occhi ben aperti per non rischiare qualche furto.
Sono enormi. Kilometri di mercato dove puoi trovare di tutto. Cd, film,piastre per capelli, cibo, vestiti, scarpe, cellulari rubati e non, sigarette di contrabbando e potrei continuare con una lista infinita.
Tutto questo ovviamente con polizia sempre presente.

Il caos, la confusione, odore di tacos e carne sin dalle prime ore del mattino. Perchè qui è così. La giornata inizia con la colazione "dei campioni" con tanto di carne, patate, chile e fagioli. Accompagnata dalla tipica "agua de sabor" nonché acqua con un retrogusto fruttato, fatto artigianalmente da loro. E' tipica dei messicani. Di fatto per chiedere un' acqua liscia, devi precisare dicendo "agua pura".
Ma i loro piatti, la loro cucina è davvero saporita e formidabile.

Questo posto, questa città è bella anche per questo.
E' un continuo sfoggiare di piazze, chiese, parchi, monumenti e basiliche mozzafiato. Un paesaggio unico. Affascinante.
Puoi passare dalla città alternativa come Coyoàcan alla zona inn della Condesa.
Oppure dallo Zocalo, il cuore della città dove si trovano i palazzi istituzionali più importanti al mercato Tepito, il così detto mercato dei ladri dove si vendono per lo più cose rubate e sei a rischio assalti.
Puoi trovare di tutto, credo che per girarla tutta debba essere necessario starci per un bel pò di tempo.
Di certo le loro tradizioni, le loro abitudini e la loro solidarietà contrastata da una continua povertà e violenza, mi hanno davvero colpita.

Nadia








giovedì 3 ottobre 2013

Ivano - Neutral Milk Hotel

E' difficile descrivere Mexico D.F.. In questa metropoli la povertà è parte integrante del tessuto sociale tanto da farlo sembrare sanguinare. Dalle arterie principali a cinque corsie si staccano centinaia di strade minori, e in queste strade spunta una vita nuova. Una vita di miseria e degrado, e delinquenza anche, ma pur sempre vita. Il tutto tra gli alti palazzi della finanza e i centri di potere politico, e agenzie di rating, e parchi con monumenti dedicati ai liberatori del paese, i fautori della rivoluzione, coloro che hanno dato un'identità al Messico e che ora si ritrovano a vigilare sulla città illuminati dall'insegna di un fast-food americano e una catena di supermercati a basso costo. E poi edifici decrepiti e colorati, e venditori delle cose più disparate (c'è chi vende capriole, chi caramelle, chi corsi di inglese per chi mai saprà parlare inglese, chi Kola Loca per incollare il metallo, chi cartellette per tenere i propri documenti in ordine, chi crocifissi di legno perché è appena uscito di galera e l'unica cosa che sa/può fare per non rientrare nella criminalità è proprio quella, e così via), e dodici linee metropolitane, e musica, sempre e comunque.
E' difficile descrivere questa città (tanto quanto viverla) perché è difficile immergersi in questa realtà e capirla fino in fondo talmente è ampio il mosaico che ci si presenta davanti.

E finisce che, in un Hotel fuori dal centro, abbiamo la tv in camera (che è un lusso) e la vista butta su una viuzza laterale dove girano tipi loschi dal giorno alla notte (ma soprattutto la notte) e donne con la cuffia in testa, dietro al banco di quella che sembra una fila di box auto riadattati per l'occasione a  bettole, cucinano a pochi pesos pranzi completi sette giorni su sette inondando le strade, e la nostra nuova sistemazione, di un odore penetrante di olio bruciato, grasso fuso e carne arrosto. Tutto per non sforare col budget, perché se dovevamo entrare nella mentalità messicana e iniziare a ragionare come loro, un risparmio di 80 pesos a notte, che in euro sarebbero poco meno di 4.5 euro, sono comunque un sacco di soldi.
E sabato notte si parte per il sud col pullman di seconda classe che impiegherà circa nove ore a portarci a destinazione. Destinazione Oxacaca. Forse quanto di meglio potessi desiderare dopo una settimana in Mexico D.F..


Ivano

lunedì 30 settembre 2013

Claudia - Pelota Terapeutica

Oggi vorrei scrivere un po' a proposito delle frontiere, quelle non fisiche intendo.
Quelle che ognuno di noi tenta di superare nel suo piccolo; quei traguardi più o meno realistici che ognuno di noi tenta di raggiungere.
Per quel che ho visto fino ad ora, una delle frontiere con cui fa i conti ogni giorno la gente di qui, è quella di arrivare a fine giornata con quel guadagno che deriva dall'aver fatto quello che dovevano per sopravvivere, con la libertà che gli é concessa.
E per fare ciò, devo ammettere, che sono immensamente creativi e la metropolitana è senza dubbio il palconscenico perfetto per vedere sfilare in sincronia tutto quel fantasioso correre verso la sopravvivenza.
Ed è così, che in meno di 10 minuti passi da quello che vende il manuale per imparare in un lampo l'inglese che promuove citandone ogni singolo capitolo, a chi vende cicche e caramelle come unico rimedio per rinfrescarsi e combattere il mal di gola. C'è chi vende film e pile (non si sa bene con quale nesso) e chi stupisce tutti vendendo le pelotas terapeutiche, ovvero le classiche palline giocattolo antistress e multicolor, che in realtà sembrano essere l'unica cosa al mondo in grado di poter garantire un riabilitazione completa della mano.
Il tutto venduto solo a 10 pesos a pezzo, un affare irripetibile, insomma.
Noi sorridiamo perché ci sembra tutto assurdo.. eppure per loro è una ragione di vita.. tanto che li vedi scendere di corsa dalle scale per raggiungere in tempo il treno mentre già recitano la presentazione impeccabile del loro prodotto, quasi a non voler perdere nemmeno un secondo di possibilità, oppure semplicemente perchè il tutto diventa spersonalizzante.
Queste ovviamente sono mie riflessioni. Mi rendo conto che ci stupiamo spesso per cose che agli occhi degli altri sono davvero la normalità.
Per esempio.. perchè un negozio di borse, non può cucinare e vendere tacos al suo interno? Oppure..Perché puoi trovare l'invito per un menù fisso a 40 pesos con tanto di promotori che richiamano la clientela ad affrettarsi per l'offerta, indicando come entrata un negozietto che vende cianfrusaglie?
Forse noi avremmo una risposta razionale a tutto questo, che va anche a toccare argomenti inerenti l'igiene, l'ordine, la qualità..
Ma qui, senza dubbio, questa risposta non c'è e a me non va nemmeno di cercarla.

sabato 28 settembre 2013

Nadia - Riflessioni tra ragazzi

Avete  presente quando vedete qualcosa o sentite qualcuno e cominciate a farvi dei trip mentali sulla vita, sulle persone, su tante cose che sono successe, che potranno succedere o che succederanno?
Ecco, oggi mi e' successo proprio cosi'.
Una mattinata segnata da un buongiorno troppo entusiasmante ed interessante caratterizzato da un incontro speciale con dei ragazzi adolescenti, nati e vissuti tra la poverta' e la violenza delle colonie della capitale.
Un confronto favoloso ed emozionante, che seppur in spagnolo, mi ha fatto capire e intendere parecchie cose.
Proprio da qui nascono le mie riflessioni.
I ragazzi avevano non piu di 26 anni, moltissimi tra i 15 e i 16 anni.
Giovani socievoli, entusiasti e curiosi di sapere di noi e del nostro progetto.
Esageratamente consapevoli delle problematiche della loro colonia e proprio per questo motivo costretti a crescere troppo in fretta.
Uno dei problemi piu' difficili e diffusi,  ci raccontano, e' la violenza; loro stessi ci comunicano che uscire di casa dopo una certa ora e andare in determinate zone, anche di giorno, significa essere vittima di assalti.
Questi ultimi sono all'ordine del giorno in questo posto.
Un ragazzo ci rimanda a un episodio visto dal vivo di una vittima assaltata da criminali a mano armata.
Sono realta' difficili da accettare per me. Forse e' perche' sono nata e cresciuta in ambienti tranquilli, poco problematici e sono sempre stata abituata a tenermi lontana da eventuali pericoli.  Per questi ragazzi invece e' tutto normale. Sembrava di sentire parlare degli adulti.
Anche i ragazzi piu' piccoli parlavano con una consapevolezza scioccante.
Ed e' proprio qui che mi chiedo: ma e' davvero giusto che questi giovani, anziche' uscire a divertirsi con gli amici (come farebbero sicuramente gli adolescenti in Italia) debbano limitarsi e vivere in costante incertezza?
Beh..direi proprio di no.
Ognuno di noi deve avere il tempo di godersi ogni attimo della propria giovinezza, anche perche', questi anni , non tornano piu' indietro.
Crescendo in fretta e con una realta' dura e limitante, in loro di certo non manca la voglia di fare e di sorridere.
Parlano della loro voglia d'imparare, di studiare, di puntare sempre in alto; chi vuole fare la veterinaria, chi la psicologa, chi l'ingeniere e chi sogna Milano e la sua settimana della moda.
Ragazzi speciali, che mi han fatto venire voglia di fare, di studiare e di formarmi ulteriormente.
Ragazzi unici, forti e fieri della loro cultura e tradizione.
Ragazzi da ammirare e stimare, che mi hanno fatto capire che la vita e' una continua sfida, che va affrontata con forza, curiosita' e tanta buona volonta' perche' sopravvivere, quando non hai niente e nessuno, diventa impossibile se non tieni la testa alta.
E il Messico, o meglio, la capitale, ne e' davvero la prova vivente.

Nadia

venerdì 27 settembre 2013

Claudia - Questo è il popolo

Il letto dell'ostello sembra più comodo quando le gambe ti fanno male per la stanchezza. E' da qui che scrivo dopo una giornata impegnativa per il fisico ma illuminante per la mente.
Dovete sapere che qui in Messico spopola un programma tv intitolato Laura che puoi vedere inspiegabilmente a qualunque ora del giorno e in qualunque posto abbia un televisore. E' uno di quei salotti televisivi che noi italiani siamo ben abituati a vedere, dove ci sono lacrime, colpi di scena imbarazzanti, storie di impatto più o meno trafugate e una buona dose di ipocrisia. La conduttrice, Laura, si è definita in un'intervista al giornale El Universal, motivatrice della solidarietà in Messico. Ebbene, nelle nostre soste ristoratrici ci è capitato di vedere spezzoni del programma che sembra dedicare ampio spazio alla questione uragani e alluvionati, con Laura in persona inquadrata,con i suoi occhiali firmati, su un elicottero pronta a salvare una madre sola o qualcuno scelto appositamente per far si che il messaggio che passi sull'emergenza sia legato alle storie più struggenti che si possano raccontare.
Oggi però, fortunatamente, ci siamo guadagnati  l'opportunità di entrare nella zona della raccolta alimenti nel centro del D.F., vivendo così da vicino uno spaccato reale di quello che sta accadendo, seppur sempre in qualche modo influenzato dai media,con tanto di giornalisti che indottrinavano i bambini su cosa dire durante l'intervista.
Oltrepassato la barriera dell'esercito, è stato come, per il tempo che ci siamo rimasti, entrare in una realtà parallela. Ci siamo completamente lasciati trasportare dal fervore di tutte quelle persone presenti, tra polizia, organizzatori, addetti alla sicurezza, volontari che lavoravano senza sosta e con ritmo incalzante per impacchettare e ordinare le montagne di beni di prima necessità raccolti fino a ora.
Noi a intervistare le persone, a immortalare il momento,a rincorrere i dettagli a ricambiare lo sguardo accogliente della gente, avvolti da una confusione ordinata di movimenti, voci e sorrisi, sotto un cielo azzurro come pochi.
E' nel momento in cui ci siamo trovati stretti nell'abbraccio di un canto corale e patriottico di un gruppo di volontari un pò avanti con gli anni che scandivano  a suon di musica il passo della loro impeccabile e incredibilmente coesa catena di montaggio, che ogni frontiera possibile è caduta. E' stato come sentirsi parte di un senso comune di forza, unità e solidarietà, sopratutto quando una donna, rivoltasi direttamente a noi, a squarcia gola ci ha ripetuto "questo è il popolo, non il governo; questa è la gente vera che lavora duro per aiutare i propri connazionali, w Messico!".

Usciti da questo vortice, è come se si torni a respirare ad una velocità normale.
Ma il Messico non dà mai tregua,non smette mai di toccarti nel profondo.
Il Messico è il parrucchiere che apre solo quando ne ha voglia, è la signora del comedor che ti invita a ritornare a pranzo il giorno dopo promettendo di farsi bella per scattare delle foto. Il Messico è il dover a tutti i costi spingere per salire in metropolitana soffocando il tuo vicino (io) o usando la sua schiena come portaborse (sempre io). Ma il Messico è  anche i nulla tenenti accasciati a terra per un finto ristoro; è i bambini per la strada, seduti lì a guardare il tempo che scorre negli occhi dei passanti che si affrettano per i loro affari, accanto ai genitori che vendono qualcosa o semplicemente chiedono qualche pesos per arrivare a fine giornata. E' i bambini costretti ad allietare in cambio di monete una folla incantata dalla loro tenerezza, con un' esibizione musicale ben studiata insieme alla propria madre.
Il tutto, mentre poco più in là sfilano su pullman privati i politici in visita, stretti nei loro bei vestiti.



Claudia