giovedì 31 ottobre 2013

Nadia - Patzcuaro

Dopo importanti incontri a San Cristobal, con tutte le informazioni necessarie e in attesa di risposte interessanti, abbiamo deciso di dirigersi verso il Nord per il dia de los Muertos, piu' precisamente a Patzcuaro in Michoacan..
18 ore di pullman, 24 ore di passaggio nella capitale e 6 ore di bus notturno per arrivare in questa citta' della quale non ne sapevo nemmeno l'esistenza.
A mia insaputa, Patzcuaro e' la meta piu' popolare e ricercata dai turisti e dai messicani stessi, per festeggiare il dia de los Muertos, la festa piu' sentita dal popolo messicano.
Proprio per questo motivo, se non si prenota in anticipo un ostello per dormire, il rischio di non trovare un alloggio e' altissimo.
Ma a sfidare la sorte fin'ora ce la siamo cavata...e cosi' e' stato.
A nostro rischio e pericolo, alle 6.00 del mattino arriviamo al terminal bus di Patzcuaro. 
In giro pochissima gente e ad accoglierci solo il freddo mattutino.
Pieni di speranza e con le dita incrociate ecco che iniziamo il nostro tour: "mi spiace, ma siamo al completo". Qualsiasi struttura alberghiera presente in citta' e'stracolma, oppure vende le ultime camere a prezzi da capogiro. Sempre piu' convinti a spostarci verso Morelia (a 40 Km da Patzcuaro), veniamo a sapere dalle persone del posto che ci sono famiglie che, per l'occasione della festa, affittano "stanze" o dei piccoli spazi con a disposizione giusto il materasso e acqua calda (solo in determinati momenti della giornata), a basso prezzo.
Senza perder tempo e senza perderci d'animo, cominciamo a bussare di casa in casa per trovare ancora questi piccoli spazi in affitto, imbattendoci in una serie di fallimenti. 
Quasi esausti arriviamo davanti ad un bel cancello rosso; ad aprirci finalmente una signora, che per non so quale nostra fortuna, ha una stanza a disposione perche' i ragazzi che l'avevano prenotata non si sono presentati. La stanza non e' altro che un buco con un letto matrimoniale e un materasso per terra con pareti sbiadite e un bagno senza acqua calda, o meglio, dura piu' o meno 5 secondi, ma a noi tutto questo, va piu' che bene.
Non capita tutti i giorni di poter festeggiare il dia de los Muertos nella meta piu' ambita dai messicani stessi!
Patzcuaro e' una citta' affascinante, dall'architettura che colpisce. Affacciata completamente sul lago dove, mediante una lancia, puoi raggiungere l'isola Janitzio sulla quale poi nella notte tra l'1 e il 2 Novembre ci aspetta la magia e il mistero di questa tanto rinomata festa.

Nadia

giovedì 24 ottobre 2013

Ivano - In the flesh

San Cristobal de las Casas, e pioggia. 
Si gira per le associazioni (due, per ora, con l'imperativo giornaliero di quadruplicarne il numero entro sera) con impermeabili e scarpe zuppe. Il meteo condiziona i nostri piani. Sprazzi di sole e giornate umide. Le strade si asciugano in fretta per lasciare il passo a torrenti che scorrono verso la piazza del paese. I venditori indigeni si rifugiano sotto i porticati, sotto i cornicioni, nei negozi o negli internet point. I turisti scompaiono e la città si ferma. Donne indigene scalze a ridere del meteo e l'acqua che entra nelle scarpe e inzuppa le calze. La fortuna dei taxi e dei bus collettivi. Ancora una strada e ci siamo. E l'acqua sale alle caviglie. Al mercato i tendoni di plastica offrono un esiguo riparo e le bancarelle distraggono dal nero delle nuvole. Il tempo sembra non migliorare mai. Polli sgozzati a petto aperto. Le budella da una parte e il loro corpo dall'altro. Chiazze rosse sotto il banco diluite dall'acqua che cade incessante. L'acqua che sale fino alle ginocchia. Cd contraffatti, frutta e verdura impilata in piccole piramidi vendute a dieci pesos - ma il prezzo può calare se si contratta. Dolci al cocco e arachidi melassate. Il prezzo può sempre calare se si contratta. Calano le pretese di un intero popolo, tambien. La lotta armata diventa commercio. Quando si vede che le cose non funzionano si lotta e se la lotta non si trasforma in movimento rivoluzionario allora la si fa diventare un ideale spendibile sul mercato locale. Lo zapatismo è il marchio di fabbrica di San Cristobal. La città ideale per chiunque abbia in casa una maglietta del Che. La pioggia sale e il livello di saturazione esplode, e la vita diventa vita indigena, e i bambini imparano a piangere e a dire ai turisti (e a noi) di essere appena stati derubati provando a smuovere (e riuscendoci) quel senso di ristretta superiorità che contraddistingue l'essere benestanti col vivere-per-sopravvivere. Necessità. L'idea di vivere a contatto diretto con un popolo che discende dalla civiltà pre-colombiana è tanto affascinante quanto può esserlo il vedere come le persone vengano marginalizzate e dimenticate dalla società. 500 anni di vita comunitaria per cosa? Per lo sciopero a oltranza dei professori e le scuole chiuse? I docenti in piazza e gli studenti a lucidare le loro scarpe sul lastricato davanti alla cattedrale. Colore. Tutto è colore. Persino la religione è colorata, e lo è anche la politica. Colorata e radicata nel territorio, sebbene sia una forma di radice diversa da quella che si può intendere. Tutto è politica e tutto è distante dalle persone. E mi sembra a mia volta di viverlo sulla mia pelle questo modo di essere. Se i venditori indigeni ti possono insegnare un qualcosa in questa parte di mondo questo qualcosa è allo stesso tempo la concretezza del vivere e la spietata ironia delle cose concrete.




Ivano

domenica 20 ottobre 2013

Nadia - Magia soffusa

Prima notte a San Cristobal (Chiapas).
Siamo passati dai beati 34° di Zipolite, al fresco clima di montagna a 2000 metri di altezza. Piove costantemente, ma questo non toglie il fascino che porta con sè questa città.
Le strade sono strette, le case colorate e ci sono negozietti spettacolari di artigianeria unica.
Ciò che mi ha stupito maggiormente, però, sono le persone. Si tratta di popolazioni indigene: le donne vestite con "gonne" (pezzi quadrati di stoffa) di lana nere, legate in vita da una semplice fascia colorata, i capelli sono scuri, lunghi, legati con una treccia e sulla schiena portano bimbi oppure oggetti da poter vendere tenuti in uno scialle. Gli uomini sono vestiti con abiti di lana bianca, o nera sempre in lana, legati in vita da un cinturone in puro cuoio e in testa sempre un sombrero. I bimbi invece son quelli che mi hanno lasciato a bocca aperta.
Ragazzini di non più dieci anni con il volto già adulto. Vestiti esattamente come loro. Si ritrovano a lavorare per guadagnare qualche pesos. C'è chi vende frutta, chi pulisce scarpe, chi vende bracciali e chi portando sulla schiena la sorellina chiede solo un pò di elemosina. 

Una popolazione legata alla religione, a Dio e alla Chiesa.
Oggi abbiamo fatto visita al Templo de San Juan Chamula, la prima chiesa al mondo che è riuscita a regalarmi un momento magico ed emozionante che mi ha permesso di assistere affascinata all'esecuzione dei loro riti religiosi per quasi due ore.

All'interno della chiesa, il pavimento è ricoperto di aghi di pino sui quali gli indigeni pregano in ginocchio adornando piccoli altari fatti di candele. L'atmosfera è soffusa e nell'aria l'incenso fa da padrone. I fedeli davanti alle proprie candele pregano, da soli oppure in gruppo, offrendo in sacrificio uova, bibite e qualsiasi altra cosa, ho visto adirittura galline vive.
Uno spettacolo davvero magico che molto probabilmente a parole non riesco a far capire per bene, però è stato tutto mozzafiato.
All'esterno della chiesa invece, per celebrare e festeggiare la domenica, si riuniscono in tavolate per pranzare a base di tacos, carne e mezcal.
Intorno alla piazza un super mercatone di oggetti artigianali, frutta e vestiti tipici, talmente fitto e pieno di gente da far fatica a camminare.

E vorresti fotografare davvero ogni cosa; per tenerla dentro, per ricordarla sempre e mantenerla viva. Ma qui fotografare è come rubare l'anima;ti puoi permettere solo qualche scatto discreto. Dunque ogni emozione, ogni istante, ogni stupore rimane indelebile nella memoria,perché è davvero qualcosa che ti colpisce dentro.

Nadia










venerdì 18 ottobre 2013

Nadia - Incredibile ragazzi!

34 gradi, oceano pacifico, amache e capannine in legno. E' da qui che scrivo, direttamente da un paradiso terrestre.


Zipolite, un paesino sperduto nella parte Sud-ovest del Messico, dove in assoluto regna la pace e il relax. E' la nostra meta per un breve break mentale dopo il frenetico week end nel villaggio di Zaniza con la popolazione indigena.
Qui i messicani hanno altri tratti; fisico palestrato, capello non troppo scuro e tintarella invidiabile. Qui e' il surf che regna sovrano.
Le onde del pacifico sono onde micidiali, personalmente a vederle fanno anche un po' paura, ma la temperatura e' troppo elevata per non azzardarsi a fare un bagno.
L'acqua e' trasparente, la sabbia e' finissima e le palme aggiungono il giusto equilibrio per un perfetto paesaggio tropicale.

La vita qui funziona a rallentatore, nessuno e' di fretta, nessuno urla e nessuno e' troppo stressato. L'oceano ti rapisce mentalmente. Ti libera dai pensieri, dalle paranoie, dallo preoccupazioni, ti libera totalmente.
Direi che dopo giornate difficili e di duro lavoro, non considerando poi le ore interminabili a bordo dei mini-autobus con polli e notti insonni, queste tre giornate di pura riabilitazione mentale ci stanno alla grande.
Se parlo così comincerete a pensare che siamo puramente e beatamente in vacanza, ma non lo è proprio del tutto.
Ci stiamo dedicando al sito, alle email e ai contatti passati e futuri che potranno esserci utili, però ovviamente, tutto cio' fatto da un internet point con vista oceano ha tutto un altro aspetto.

Zipolite, e' un paesino vista oceano. Piu' che un paesino forse e' meglio dire una via, di 5 negozietti, 8 ristoranti (con pesce fresco a prezzi stracciati) e capannine in legno per dormire. Un piccolo spazio limitato, dove tutti si conoscono e dove fa sempre caldo.
Beh, che dire... forse ora vorreste essere al nostro posto e direte anche "beati loro", come darvi torto!
Però il tempo vola e queste giornate passano super veloci e presto ci tocchera' salutare anche questo incantevole  paradiso.
Un po' ustionati e pronti per il lavoro che ci spetta, prossima tappa Ixtepec.
Per il momento pero', ci godiamo questi ultimi attimi magici di paradiso!

Nadia



martedì 15 ottobre 2013

Claudia - Sotto un cielo stellato

La frenesia del D.F, i ritmi serrati per i mille appuntamenti di Oaxaca, fino ad arrivare ad un salto indietro nel tempo, dove l'unica spinta verso la tecnologia e' il walkie talkie.
Trascorriamo la sera del venerdi' ospitati dalla stazione degli autobus, dove per 5 pesos affittiamo una stuoia per dormire per terra, insieme a tutti gli altri viaggiatori che dopo essersi sparati due ore di telenovele messicane alla tv, sono crollati in un sonno profondo.
L'autobus arriva alle 5.30 del mattino, in orario; l'autista carica le valigie sopra il mezzo e via pronti per partire, destinazione Zaniza, un paesino perso e quasi dimenticato tra i monti.
Con noi sull'autobus, scorte di cibo e soprattutto di cipolle da portare in famiglia.
Arriviamo a destinazione verso le 13.00, dopo la formidabile guida del sig. autista che nonostante ci fosse un'unica via per salire non asfaltata e a doppio senso e' riuscito a fare l'impossibile.
E' sabato e suor Lupita ha gia' dei programmi con la comunita' femminile, lei e l'Hermana del Socorro (detta Soco) ci dicono che la prima cosa che dobbiamo fare e' mangiare, perche' non esiste comunita' indigena che non offra cibo.
E cosi' le donne ci invitano a prendere posto accanto alla loro tavolata e subito ci servono un piatto di riso e fagioli e ovviamente tortillas a volonta'.
Suor Lupita ci lascia uno spazio all'interno della riunione programmata a quanto pare da un anno, per presentarci e per parlare con le donne presenti. Ci studiano e ci guardano come se fossimo davvero di un altro pianeta. Ci chiedono di dove siamo, ma non sanno bene dove si trovi l'Italia, tanto che mi chiedono se e' vicina agli Stati Uniti.
Suor Lupita ci dice che verremo ospitati da una famiglia che ha delle stanze.
Ad accompagnarci e' il figlio piu' piccolo del nucleo che non ha nemmeno 10 anni, ma sembra gia' un piccolo uomo. Ci sistemano nella stanza che il figlio maggiore usa come rifugio per i compiti. C'e' un letto composto da una tavola di legno, un tavolo, qualche sedia e presto il piccolo uomo ci porta delle stuoie da mettere per terra.
La doccia e' fuori, dietro la stanza, e l'acqua, solo fredda, la apre a comando la signora perche' non ce n' e' molta. Per il bagno, invece, bisogna munirsi di torcia, dato che quando cala il sole non ci sono luci e camminare tra le altre casette.
Dopo che ci invitano a lavarci (credo anche in effetti per il nostro cattivo odore) e a riposarci (credo per le nostre facce distrutte ancora dal viaggio), ci chiamano per la cena, allestendo il tavolo solo per noi. Il pasto e' a base di fagioli, uova, tortillas e caffe'. Tutto ottimo. Intanto la signora e suo marito, sebbene appaiano timorosi e timidi nella loro impeccabile e accoglientissima ospitalita', si prestano poi con curiosita' a rispondere alle nostre domande e a chiedere di noi.
Ci buttiamo nei sacchi a pelo, puntando la sveglia prestissimo; suor Lupita ha organizzato una visita guidata ai pollai costruiti per favorire il lavoro delle donne.
Il gallo ci sveglia prima del tempo, laviamo i denti con la bottiglia d'acqua, ci vestiamo in stile montano e aspettiamo non sapendo bene cosa  fare per non offendere e non ledere in alcun modo la loro ospitalita'.
La signora ci sorride e ci invita a fare colazione poco dopo, sono le 9.00 del mattino e il desayuno prevede riso e fagioli e tortillas. Un inizio soft direi.
Segue, una camminata su per la collina sotto un caldo inaspettato, tra le varie case, accompagnati da una serie di donne con figli in spalla che salgono e scendono dai sentieri come se nulla fosse, mentre noi alla prima scivoliamo. Cosi' vediamo tutti i pollai, diventando di botto esperti psicologi delle situazioni di stress per le galline.
Finiamo la giornata, con cena a base di brodo di pasta, uova e fagioli.
Sveglia alle 3 del mattino per raggiungere l'autobus che ci riporta in citta'.
Un week end di piccole cose. Fuori dal mondo, fuori dalla possibilita' di fuggire via o di rifugiarsi nelle proprie abitudini. Un respiro immenso di aria fresca, sotto un cielo nero e stellato, con le lucciole ad illuminare il cammino tra i campi e la sveglia del gallo al mattino.
Dove il cibo e' solo necessita' e non gola, dove non importa cosa indossi ma solo cosa riesci ad apprendere dentro di te da tutto questo, a partire dalla gentilezza e dai sorrisi delle persone, che nonostante tu sia un intruso che senza preavviso irrompe nella loro quotidianita', ti chiede di tornare presto.

Claudia






venerdì 11 ottobre 2013

Nadia - catapultati in un'altra realta'

Catapultati in un'altra realta'.
Oaxaca, una messicanita' che non fa paura; case colorate, centro turistico e a misura d'uomo.
La citta' del cioccolato, del Mezcal e dei Chapulines (cavallette essicate al retrogusto di limone).
L'idea delle cavallette ha vinto sulla mia buona intenzione di assaggiare tutto, quindi "sfortunatamente" mi son persa il sapore di quest'ultime.

Ora pero' veniamo al sodo. Dopo un giro turistico della citta', si passa subito al lavoro.
Catapultati in un'altra realta'. Una realta' che non avevo mai visto. Una realta' claustrofobica, dove tutto é niente, e niente é' tutto; il carcere.
Teoricamente donne e uomini dovrebbero essere divisi, praticamente esiste solo un piccolo spazio dove possono accedervi solo le donne, per il resto, e' tutto un misto.
Donne, uomini, bambini e neonati. Credo di aver detto tutto.
Abbiamo avuto l'opportunita' di parlare con donne recluse, condannate di media a 7, 12 anni per reati non commessi o commessi. Questo non si sa.
Le giornate che non passano e le ore che sembrano un'eternita', e' il pensiero che le accomuna maggiormente.
Si creano dei piccoli lavori, artigianali o non e cercano di pensare alla famiglia, ai figli per avere la forza di andare avanti in questa realta' cosi' lugubre.
Mancava il respiro a sentirle parlare, mi sentivo soffocare, mi sentivo oppressa.
E la realta' del carcere, quella vera intendo, e' ben altra: prostituzione, circolo di droga, di armi, condizioni pessime e di violenza. A me é bastato vedere la parte "migliore" per sentirmi "male".
Di certo e' che siamo pronti ad andare fino in fondo.

Catapultati in un altra realta'. 
Ora ci aspetta un viaggio interminabile, su un bus dei polli con i bagagli sul tetto, per andare verso il "nulla". Zaniza. (Giuro che non sapevo nemmeno dell'esistenza di questo posto). Pero' ci siamo. Zaino in spalla e sono pronta per catapultarmi in un altra realta'. Di certo l'entusiasmo non manca.
Vivere alle loro condizioni, e' questo il bello.

Nadia




mercoledì 9 ottobre 2013

Claudia - Mirador

Sveglia alle 6 del mattino. 
Fuori ancora buio e ancora abbastanza fresco. 
Doccia al volo, e dritti a piedi verso l'IMO, Istituto per le donne di Oaxaca. 
Da qui, gita automobilistica di un'ora e piu' per raggiungere la comunita' di Ixtlan, nella Sierra Norte, tra i monti.
Ed e' cosi' che tra curve continue e riposini per qualcuno, siamo giunti la' dove le nuvole toccano le cime delle montagne, in un vortice di magia e colori tanto nitidi da sembrare un dipinto.
Alla base del viaggio, un cd oaxaqueño tra il romantico e il melanconico. 
Arriviamo nella piazza principale, proprio davanti al Municipio, sulle note di "All by my self", in spagnolo (lascio alla vostra immaginazione ogni possibile giudizio).
Segue colazione oaxaqueña di gruppo, su invito del Presi. 
Sono le 9.30 del mattino, e noi da buoni italiani sogneremmo un buon caffe', magari un dolcino..
Invece praticamente pranziamo (e noi nella scelta del menu' siamo stati anche discreti rispetto al resto della tavolata): cioccolata calda tipica del posto, uovo strapazzato alla messicana, quesadilla di formaggio e fiori di zucca etc.. etc...
La colazione sembra durare un tempo infinito, ma nonostante gli impegni e il motivo per cui la Directora e' li' (ovvero visionare dei terreni per costruirvi una casa protetta per donne vittime di violenza)  a nessuno sembra importare se l'agenda della giornata e' ben serrata.
Per digerire bene il modesto pasto, tutti sulla camonieta del Presi. Noi ovviamente siamo sul retro a cielo aperto (per la gioia soprattutto di Nadia) e godiamo di tutto il paesaggio.
Questi monti verdissimi che si perdono l'uno nell'altro incrociandosi dolcemente a meta' strada; l'aria fresca e piacevole; il cielo che sembra piu' arrivabile del solito.
Arriviamo al primo campo da visionare, e sembra piu' che altro un'escursione montana.
 Ovviamente non ho le calzature adatte e tempo zero, la mia scarpa sinistra finisce interamente in un miscuglio di acqua e fango, suscitando l'ilarita' del Presi e gli inevitabili commenti dei miei compagni di viaggio ("sei sempre la solita").
Altro giro e altra corsa, e si raggiunge l'altro campo da visionare. Aprofittando della sosta io e Francesco ci spostiamo appena piu' in giu' per cercare di immortalare qualche cartolina di quei magnifici scenari.
Ci accorgiamo che la strada e' lunga, quindi tempo cinque minuti e torniamo indietro ma non c'e' piu' nessuno! 
Io, lui, una vecchina che sta passando di li' e la natura.
Ottimo!
Dopo aver tentato di seguire la strada per un tratto nella speranza di vederli anche solo in lontananza, decidiamo di fare dietro front e di incamminarci a piedi  in discesa verso il centro.
Incontriamo nuovamente la vecchina che ci guarda un po' stranita, ma prosegue nel suo lento seppur battuto cammino.
Forse abbiamo percorso 200 metri e ci sorprende da dietro un taxi che si ferma e ci dice: "il Presi mi ha ordinato di tirarvi su se vi avessi incontrato".
E cosi' saliamo.. e riusciamo a scattare delle foto, curve permettendo, dal finestrino posteriore.
In men che non si dica ci ritroviamo al Municipio e mentre scendiamo dall'auto, il taxista al walkie talkie dice ad un tizio di avvisare il Presi che ci ha portato a destinazione, quasi come se fossimo in protezione speciale.
Dopo mezzora, vediamo spuntare finalmente la camioneta rossa del Presi, con Nadia in posa plastica e fiera in piedi sul retro.
Ovviamente tutti ridono e ci deridono. 
Dopo aver tentato di tornare indietro a recuperarci, avvisando il taxista di raccattarci , sono saliti fino in cima alla montagna, al Mirador, a guardare la vallata dall'alto. 
Uno spettacolo insomma.
E noi a scattare foto dal finestrino del taxi...

Claudia


lunedì 7 ottobre 2013

Claudia - Tortas, tortas, tortas..

Eccoci qui, a Oaxaca per qualche giorno.
Sabato sera abbiamo preso un autobus notturno che ci ha portato direttamente qui.
Partenza ore 22.00; arrivo ore 4.30 del mattino.
Nel mezzo, tentativi di sonno, quasi interamente falliti. Inizialmene, i venditori ambulanti si davano il turno per fare il giro sull'autobus, vendendo bevande, dolci, e cibo in generale, con una signora che facendo avanti indietro infinite volte, ripeteva con un tono monocorde: tortas, tortas, tortas.. come una cantilena che ti entra inevitabilmente in testa.
Ovviamente non e' mancato il promotore di unguento magico risolutore di ogni tipo di malanno possibile e immaginabile.
Passata la fase venditori, abbiamo sperato in un silenzio conciliante il sonno. Invece, musica latino americana a palla per tutto il viaggio (credo di aver imparato le canzoni nel mio oblio), luci accese e spente a ripetizione per non so quale motivo.. salviamo solo la comodita' dei sedili.
Arrivati alla stazione di Oaxaca ancor prima dell'alba, abbiamo cercato di recuperare un po' di sonno perduto. Tuttavia, anche qui odore di carne e di tamales gia' alle 5 del mattino, con tanto di signora bella attiva che gridava a squarcia gola per attirare i clienti.
Atteso il primo sole, ci siamo avviati verso il nostro Ostello.
Oaxaca e' un'altra dimensione rispetto a quanto visto fino ad ora.
Citta' coloniale, con le casette basse e colorate, inondata di templi e di una certa tranquillita'.
La domenica ci ha regalato una citta' semi vuota per buona parte della mattinata; poi il tutto si e' risvegliato a partire dalla celebrazione della settimana della famiglia, con tanto di balli al ritmo della banda, con bambine bellissime nei loro vestiti tipici che si muovevano a tempo sul piazzale della Iglesia de Santo Domingo, insieme a mamme e papa'.
La sera ci ha sorpreso con una sagra, con un'altra festa che avvolgeva l'intero centro, offrendoci l'opportunita' di non perderci un assaggio dei piatti tipici di qui.
Ecco che qui vediamo e viviamo un'altra messicanita'. Una citta' piu' a misura d'uomo forse, dove ti sembra quasi di essere in vacanza dal ritmo battente del D.F..
Un giro al mercato per immergersi nella realta' vera, ed ecco che si riassapora il gusto del caos latino.
Donne piu' o meno giovani con bambini a seguito; vecchine che serie sistemano la loro verdura; uomini che trainano pesi di ogni genere; ragazzi dagli sguardi duri, bambine intente ad inventarsi un gioco.
Basta poco, poi, per accorgersi che benche' apparentemente sembri un'oasi felice, la poverta' picchia e colpisce. Tanti mendicanti, di ogni eta', seduti appena fuori da una chiesa super sfarzosa in cui, al finale della messa, il prete chiede soldi per aggiustare la campana, oppure appostati silenziosi agli angoli delle strade.
E' qui, credo, che la contraddizione ti fa arrabbiare, in un certo senso.
E' qui che inevitabilemente rifletti su quanto tempo perdiamo dietro a cose inultili, non penando alla profondita' e al senso di cio' che e' davvero importante.

Claudia


venerdì 4 ottobre 2013

Nadia - E' da un pò che non scrivo..

Giornate difficili. Almeno dal mio punto di vista..
S'inizia a sentire nostalgia delle persone in Italia, delle proprie abitudini e lavorare/convivere 24 ore su 24 non è mai così semplice.
Per fortuna poi, basta uscire dal nostro Hotel a basso costo, e i problemi vengono in secondo piano.
Ci si tuffa in un mondo supercaotico, dove c'è sempre qualcuno e qualcosa che ti sorprende.
E' tutto inaspettato; ci si alza al mattino e non si penserebbe mai di poter incontrare qualcuno che vende in metropolitana, a soli circa 1,20 euro (20 pesos), un libro di psicologia che parla della depressone, promuovendolo come il libro della vita, un amico di famiglia perchè tutti siamo o saremo depressi.
Oppure di trovare un anziano sulla settantina, che costruendosi da sé una specie di tamburo e due bacchette, con plastica e legno, inizia a cantare e a suonare, picchiettando sul suo operato e qualsiasi altra cosa intorno a lui, intrattenendo l'intero vagone.
Oppure, non potremmo mai aspettarci di assistere durante un giro al mercato a risse tra due ragazzi per non so qual motivo.
Tra l'altro, rimanendo in tema mercato...davvero splendidi, a parte il fatto che devi avere occhi ben aperti per non rischiare qualche furto.
Sono enormi. Kilometri di mercato dove puoi trovare di tutto. Cd, film,piastre per capelli, cibo, vestiti, scarpe, cellulari rubati e non, sigarette di contrabbando e potrei continuare con una lista infinita.
Tutto questo ovviamente con polizia sempre presente.

Il caos, la confusione, odore di tacos e carne sin dalle prime ore del mattino. Perchè qui è così. La giornata inizia con la colazione "dei campioni" con tanto di carne, patate, chile e fagioli. Accompagnata dalla tipica "agua de sabor" nonché acqua con un retrogusto fruttato, fatto artigianalmente da loro. E' tipica dei messicani. Di fatto per chiedere un' acqua liscia, devi precisare dicendo "agua pura".
Ma i loro piatti, la loro cucina è davvero saporita e formidabile.

Questo posto, questa città è bella anche per questo.
E' un continuo sfoggiare di piazze, chiese, parchi, monumenti e basiliche mozzafiato. Un paesaggio unico. Affascinante.
Puoi passare dalla città alternativa come Coyoàcan alla zona inn della Condesa.
Oppure dallo Zocalo, il cuore della città dove si trovano i palazzi istituzionali più importanti al mercato Tepito, il così detto mercato dei ladri dove si vendono per lo più cose rubate e sei a rischio assalti.
Puoi trovare di tutto, credo che per girarla tutta debba essere necessario starci per un bel pò di tempo.
Di certo le loro tradizioni, le loro abitudini e la loro solidarietà contrastata da una continua povertà e violenza, mi hanno davvero colpita.

Nadia








giovedì 3 ottobre 2013

Ivano - Neutral Milk Hotel

E' difficile descrivere Mexico D.F.. In questa metropoli la povertà è parte integrante del tessuto sociale tanto da farlo sembrare sanguinare. Dalle arterie principali a cinque corsie si staccano centinaia di strade minori, e in queste strade spunta una vita nuova. Una vita di miseria e degrado, e delinquenza anche, ma pur sempre vita. Il tutto tra gli alti palazzi della finanza e i centri di potere politico, e agenzie di rating, e parchi con monumenti dedicati ai liberatori del paese, i fautori della rivoluzione, coloro che hanno dato un'identità al Messico e che ora si ritrovano a vigilare sulla città illuminati dall'insegna di un fast-food americano e una catena di supermercati a basso costo. E poi edifici decrepiti e colorati, e venditori delle cose più disparate (c'è chi vende capriole, chi caramelle, chi corsi di inglese per chi mai saprà parlare inglese, chi Kola Loca per incollare il metallo, chi cartellette per tenere i propri documenti in ordine, chi crocifissi di legno perché è appena uscito di galera e l'unica cosa che sa/può fare per non rientrare nella criminalità è proprio quella, e così via), e dodici linee metropolitane, e musica, sempre e comunque.
E' difficile descrivere questa città (tanto quanto viverla) perché è difficile immergersi in questa realtà e capirla fino in fondo talmente è ampio il mosaico che ci si presenta davanti.

E finisce che, in un Hotel fuori dal centro, abbiamo la tv in camera (che è un lusso) e la vista butta su una viuzza laterale dove girano tipi loschi dal giorno alla notte (ma soprattutto la notte) e donne con la cuffia in testa, dietro al banco di quella che sembra una fila di box auto riadattati per l'occasione a  bettole, cucinano a pochi pesos pranzi completi sette giorni su sette inondando le strade, e la nostra nuova sistemazione, di un odore penetrante di olio bruciato, grasso fuso e carne arrosto. Tutto per non sforare col budget, perché se dovevamo entrare nella mentalità messicana e iniziare a ragionare come loro, un risparmio di 80 pesos a notte, che in euro sarebbero poco meno di 4.5 euro, sono comunque un sacco di soldi.
E sabato notte si parte per il sud col pullman di seconda classe che impiegherà circa nove ore a portarci a destinazione. Destinazione Oxacaca. Forse quanto di meglio potessi desiderare dopo una settimana in Mexico D.F..


Ivano