martedì 15 luglio 2014

Andrea - Giorno zero

Prendi il trufi 233 fino alla piazza principale di Sacaba poi due quadre fino al banco Union, gira a destra e sei arrivato. Ottimo, non sembra difficile. Ah il trufi è un taxi collettivo che segue una tratta stabilita, di solito è un minivan che carico porta anche 17/18 persone.

 Arrivo fino al cavalcavia vicino al rio Rocha, non lontano dal Cristo de la Concordia, ed aspetto il trufi che dopo qualche minuto arriva già carico di gente. Passo i primi minuti in piedi con la schiena piegata fino a quando una bambina si stringe un pochino e mi fa sedere. Mentre viaggiamo chiedo gentilmente all’autista se può indicarmi la mia fermata, p.zza principale di Sacaba, purtroppo mi sento rispondere che il trufi su cui viaggio semplicemente va a Quillacollo. Ottimo! Comunque gentilissimo l’autista mi spiega che devo prendere il 233 verde (colore del numero). Scendo lungo la strada, dove mi viene indicato ed attendo il 233 verde, che è anche il colore della speranza. Speranza di arrivare!
In lontananza vedo il ‘mio’ minivan, alzo il braccio, l’autista accosta e chiedo, per essere sicuri, se passa per Sacaba e la sua piazza. Con un piccolissimo accenno del volto mi conferma la destinazione, apro il portellone, entro e partiamo. Mi siedo accanto ad una bambina e a sua madre alla quale chiedo, con il mio spagnolo sempre meno ridicolo, di avvisarmi quando arriviamo alla piazza principale di Sacaba, gentilissima risponde che è anche la sua fermata. Meglio di così?
Arrivati alla piazza scendo dal trufi, pago e seguo le istruzioni. Due quadre fino al Banco Union poi giro a destra in una strada polverosa e cammino fino ad uno stadio, quasi totalmente disorientato, chiedo ad una donna che prepara cibo di strada se conosce il luogo dove sto andando, per fortuna lo conosce e mi indicata la strada così sano e salvo arrivo all’hogar gestito dalla hermana Maddalena.

Due parole veloci su questo hogar giusto per farvi capire dove sono. È un hogar (casa) che accoglie bambine che vanno dai quattro ai diciotto anni. Tutte orfane o abbandonate. Il mio ruolo in questo luogo sarà duplice, sarà un esperienza di campo, di lavoro pratico con le bambine e allo stesso tempo un lavoro di studio su come funziona, sotto tutti gli aspetti, un luogo come questo.

Entro nell’Hogar e subito dopo aver salutato l’Hermana Maddalena, vado nell’aula dove una ventina di bambine tra i quattro ed i dieci anni stanno facendo varie attività aiutate da una maestra. Saluto tutti ed indirizzato dall’insegnante mi siedo vicino a Belen impegnata a fare i compiti di matematica. Butto l’occhio sul quaderno e vedo cinque divisioni da risolvere tutte con tre cifre al divisore più la prova del nove! PANICO; non ricordo come si risolvono, non ho mai imparato la prova del nove (ho sempre fatto la moltiplicazione come prova) e devo controllare eventuali errori e correggerli spiegandomi in spagnolo. Dopo un paio di minuti e qualche Klinex per asciugarmi il sudore, ovviamente freddo, recupero in un cassetto molto nascosto della mia memoria tutte le informazioni che mi servano e insieme a Belen risolviamo tutte le divisioni. Per onestà intellettuale è stata bravissima e quasi non ha avuto bisogno del mio aiuto.
Finito il momento compiti si va tutti in giardino a giocare, chi sulle giostrine, chi con l’elastico e chi si arrampica sul castello. Ovviamente ho portato con me i palloncini modellabili certo che ai bambini più o meno piccoli sarebbero piaciuti. Ma come provare a gestirle tutte ed interagire con loro nello stesso momento? Semplice. Prima gonfio un pallone per ogni bambina e poi insieme a loro, passo dopo passo, creiamo la figura che per semplicità operativa è un cagnolino. Facile? Ovvio che no! Per fortuna in mio auto c’erano delle ragazze che una volta imparato anche loro come modellare il palloncino hanno aiutato le bambine a creare il proprio perrito. Tutto è filato liscio a parte qualche pallone esploso e la pompa quasi distrutta, ma poteva andar peggio.
Purtroppo arriva il momento di andare, saluto tutti con la promessa di tornare presto (il giorno dopo) e mi avvio verso casa.

Ripercorro al contrario le indicazioni partendo dallo stadio, al banco Union giro a sinistra, percorro due quadre ed arrivo nella piazza principale. Aspetto il ‘mio’ minivan 233 verde con una piccola sensazione di benessere e qualche cosa su cui riflettere, fumerei una sigaretta ma non le ho più. Lo vedo arrivare e come prima alzo il braccio, lui si ferma, io salgo e ripartiamo.  

Via verso casa pensando alle bambine più piccole, tutte hanno voluto tre cagnolini.

Un padre, una madre, un figlio/a.


domenica 6 luglio 2014

Andrea - 10 giorni in Sud America

Venditrice di chiamate. Ai lati delle strade, il più delle volte con casacca gialla con scritto - llamadas – hanno con se 2/3 telefoni che prestano a coloro che hanno bisogno di chiamare. Il tutto a pochi soles o bolivianos che siano.

Si mangia senz’acqua. Bibite gasate a volte dalle dimensioni enormi, te, succhi, chicha morada o alltri preparati simili, non mi sembra vero ma è la realtà. Ad ogni modo menzione particolare all’ Inca Kola. Per chi non ha neanche la più pallida idea di cosa sia…sei già su internet ed a questo punto hai due possibilità. 1 guardare dei video su youtube di gente che prova l’Inca Kola 2 comprarla via internet con un piccolo suggerimento da parte mia, scegliete l’opzione soddisfatti o rimborsati. Sì io l’ho provata, volete sapere cosa penso? Spiacente non ho i soldi per pagare un avvocato per eventuali denunce.

Auto-impiego. La parola dice tutto, la necessità di sbarcare il lunario porta l’uomo/donna a inventar qualsiasi mezzo per portare a casa dei soldi. Allora vendo i prodotti della mia terra, vendo accendini, fazzoletti, bibite, giochi, cappelli etc etc. Tutti insieme o solo un prodotto, per terra, in piedi o su un banco improvvisato. Fino a dove la tua immaginazione può arrivare, forse oltre.

Mercati del rubato con tutto. Ma tutto!

Manifesti politici? No grazie! Ti pitturo casa con il simbolo del partito ed il nome del candidato così tu prendi due lire, io faccio propaganda. Lascio a voi ogni considerazione.

Gesù Cristo di colore, croci indigene, santi e madonne con parrucche e vestiti veri.

Desaparecidos.

Lustrascarpe con il passamontagna. Lascio a voi ogni considerazione 2.

Il paesaggio e i luoghi, facile vero? Ma ti lasciano senza fiato…sarà che ora mi trovo a 4000m??

Bambini che lavorano. Nessuna considerazione solo indignazione.


venerdì 4 luglio 2014

Francesco - ¡La Paz!

Le Ande tolgono il fiato. Per davvero.
La testa scoppia, l'ossigeno manca, il cuore corre, l'occhio gode. 

Sono giorni ormai che non mettiamo il naso al di sotto dei 3800 metri. C'e' chi svuota lo stomaco tra una curva e un'altra, chi ha sviluppato una sana narcolessia e poi ci siamo noi tre che andiamo avanti a mate de coca, alle foglie di coca masticate come se fossero gomme dal palloncino facile oppure ci lasciamo andare al buon vecchio sale di lisina in busta per toglierci tutti i mali di questo mondo rarefatto.

Ridendo e scherzando continuiamo la nostra folle corsa verso la Patagonia, e dopo il balcone d'America Quito abbiamo percorso quasi 3000 chilometri per arrivare oggi in Bolivia, terra dove lavoreremo due mesi tra strade, bambini e tanti ricordi.

La via da Lima a Cochabamba ci ha riservato storie e luoghi indescrivibili: l'indigena e fiera Cusco, la magia del Macchu Picchu, il disordine di Puno, l'immenso blu del lago Titicaca e ora La Paz, citta' che abbiamo gia' avuto l'onore di conoscere circa quattro anni orsono. 

La Paz e' un bordello dal fascino contagioso (potrei estendere il concetto a tutta la Bolivia ma non voglio togliervi il piacere della scoperta). 

Arrivi in citta' dall'alto o meglio El Alto (comune autonomo che si fonde con la citta') dopo aver percorso piste polverose circondate da file interminabili di caseggiati rossi terra di Siena in perenne costruzione/decadenza vuoti. 

Ad un tratto, veniamo inghiottiti da un traffico senza regole e ricco di clacson sguinzagliati dai combi (i minivan) dai nomi profetici scritti sul retro (l'invincibile, la nave dei dimenticati, torneró per te, Dio e' mio amico, Dio mi protegge, la mia gioia e' la tua gelosia etc etc etc) per poi lentamente strisciare verso la statua di un Che rottamato a campeggiare su una piazza anonima dalla quale parte la nostra discesa in citta'. 

E via verso un percorso circolare che lentamente ci inghiotte tra le infinite case che dalla montagna si perdono sin giu' a fondo valle mentre un poderoso e bianco Illimani svetta sulle nostre coscienze facendoci sentire sempre piu' piccoli in questa terra latina. 

Scendere verso La Paz e' come fare una capatina negli abissi: vieni inghiottito da un'infinita' di cose talmente fitte da non farti capire piu' niente. Quel  che rimane e' farsi risucchiare e vedere come va a finire. 

C'e' la nonna che ci blocca in mezzo alla strada e ci fa' caricare una decina di sacchi di mandarini da 20kg cada uno dentro il suo "magazzino" ripagandoci con lacrime agli occhi e un casco di banane gratis che poi abbiamo girato a un bambino che chiedeva monete in plaza San Francisco il quale tentennava incerto sulle conseguenze del nostro gesto.

C'e' un bimbo che nel traffico del centro non riesce proprio a trattenere la pipi', zompa fuori dal sedile a lato del conducente, si tira giu' la tuta e la fa li', a lato marciapiede, in una via affollatissima e centrale, nell'attesa di un segnale dal cielo o dal semaforo. 

Ci sono gli immancabili lustrascarpe ma qui a La Paz, i lustrascarpe indossano un passamontagna integrale. Fa un certo senso vederli all'opera con dietro murales sugli zapatisti messicani.

 C'e' l'onnipresente presidente Evo Morales, con slogan, cartelli sull'alfabetizzazione, sul gas per tutti, sul teleferico che ti fa volare, sul costruire una nuova Bolivia, sull'unita´ nelle differenze e via dicendo. La sua chioma e' rimasta intatta nonostante il tempo e le intemperie.

C'e' la cena a un euro al mercato centrale, dove mangiamo un asado con riso alla valenciana uno sopra l'altro dentro di un loculo dove l'igiene e' un dettaglio trascurato da tutti (noi compresi).

C'e' un altro loculo dove prendiamo un caffe' dentro una tazza lavata in acque torbide da una signora anziana, che ci intima di finirlo in fretta perche' deve lavorare mentre noi siamo gli unici clienti e dalla radio risuona un revival sentimental-deprimente-paranoico anni 60-70-80 che ci porta ai limiti delle lacrime.

C'e' l'immancabile mercatone del contrabbando e ci sono le vie fighette dai palazzoni a specchio con dietro baracche, il carcere femminile, un cunicolo di sottopassaggi dove gang di giovani ballerini si esercitano in contest metropolitani sulle note di trick me di kelis.

C'e' la coca cola in vetro a 10 cents e io sono rovinato.

Francesco

martedì 1 luglio 2014

Andrea - A tempo perso sono un uomo e un uomo s’empiccia!

Nino Manfredi nel film il popolo sovrano nel spiegare il suo appoggio alla causa garibaldina fa una affermazione molto semplice ma di un disarmante valore sociale: ‘sono un carrettiere ma a tempo perso sono un uomo e un uomo che fa? Si interessa’.

Questa frase mi colpì sin dal primo istante e potrei usarla io stesso come risposta a tutte le persone che mi han chiesto, mi chiedono e mi chiederanno del perché della mia partenza.
Faccio parte dell’associazione CPL da ormai qualche mese e ho colto la possibilità di partire per vedere da vicino quello che i mie colleghi fanno, di come si sporcano le mani e di conseguenza di sporcarmele anch’io.  Sono certo che “del bene” si possa fare ovunque, anche nel quartiere dove si vive, cosa che lo stesso CPL sostiene ed ha tra gli obiettivi ma il passaggio dall'estero è, per l’associazione e per me, obbligatorio ovviamente per motivi diversi. 

Quindi mi ritrovo qui in Sud America dopo vari check-in, voli, bus e via dicendo a provare ad andare oltre il mio naso, di giocare in prima persona per tentare di fare del bene, quanto meno di fare del mio meglio.  Sarà un lavoro duro con ostacoli infiniti dalla lingua alla comprensione delle dinamiche sociali che variano da nazione a nazione e da regione a regione di una stessa nazione.  Con il tempo cercherò di far comprendere a chi non è qui con noi tutto quello che viviamo e tutto quello che facciamo, nel modo più chiaro possibile magari permettendo anche a te che leggi di capire che noi qui non facciamo nulla di così eccezionale e che forse anche tu lo puoi fare.

Alla fine anche tu non sei un uomo?