sabato 1 novembre 2014

Francesco - Pensar en ti, pensar, pensar

Ultimo blog di fronteralatina (settimana prossima lanceremo un nuovissimo blog tutto orientale) e ultimi pensieri su questa America difficile da dimenticare ma anche dura da digerire e portarsi dentro.

Chiudo con la memoria in Argentina.

Baires

La ciudad della furia cantava il sempre pianto Cerati. 
Dove ci vive meta' del paese. 
Dove lo stato sociale e' misurabile nei metri quadri delle terrazze a uso Parrilla
Los porteños sono la sintesi dell'identita' argentina. Gente fiera, a tratti orgogliosa al punto di sconfinare nel saccente e nel superbo. 
Non si  puo' essere semplicemente di Baires: Sei di San Telmo, della Boca, di Belgrano, di Boedo, Lanús, Banfield, Avellaneda etc. 
Il quartiere, il suo mondo, la sua (contro) cultura, il choripan con vino, il fernet con cola, il torrone di maní, la birra quilmes, il Boludo, il Che come espressione gergale, i bar dei notabili, le icone. 
Baires e' l'argentinita' ovvero l'essere per forza unici, anche a costo di piangere per un passato tanto bello ma nello stesso tempo scomodo. 

Persone
Dice il detto: noi argentini abbiamo la valigia nel sangue. Non andiamo da nessuna parte ma viviamo come se dovessimo approdare in posti nuovi, alla ricerca di vite diverse. 
Una ricercatrice sociale mi ha praticamente azzannato al collo invitandomi non troppo velatamente a tornarmene in Europa. Io e il mio pensiero: "Qui e' in atto un serio processo di decolonizzazione" mi ha detto.
Ho pensato subito alla cadenza degli argentini. Ho pensato ai cognomi italiani di molti degli argentini. Ho pensato ai piroscafi pieni di gente da ogni parte dello stivale che approdavano alla darsena della Boca. Ho pensato agli inglesi, alle ferrovie e all'economia. 
Alla fine mi sono detto che i miei pensieri finivano tutti alla prima meta' dell' 900 mentre la quotata ricercatrice mi parlava di decolonizzazione in corso. 
Da che? Da Chi?

L'Argentina e' memoria al dettaglio. E' memoria collettiva.

Qui non sei di destra o di sinistra, di centro, cattolico o che so io. Qui sei Peronista. Punto. Si parla di una persona e di quello che ha fatto a meta' del secolo scorso. 
Si parla di sua moglie Evita e poi si fa un balzo in avanti al defunto Don Nestor e a sua moglie, l'attuale presidenta Cristina
Una coppia per ricalcare la storia di un'altra coppia. 
E' sentimentalista l'argentino. 
Egli pero' vuole che i sentimenti siano i migliori che si possano provare nel mondo. 
Se l'argentino e' unico, allora tutto dev'essere anche e per forza un vanto: Maradona, Messi, il primo codice penale tutto argentino, la carne, il tango, il dollaro blue, persino la fine del mondo (con tanti saluti all'odiato Cile). 
Il populismo e' sociale, e' il bisogno di raccontarsi una storia di un tempo passato che e' postulante dell'identita'. 
Ricordare e' raccontarsi, condividere e rivivere. 
Il passato e' la spiegazione di quello che siamo: un paese, una cultura, un popolo, una nazione.

Pensar Malvinas

L'argentino e' un nazionalista esasperato. Ci crede. Ama e soffre per la sua terra. 
Riesce a soffrire nel presente (e nel futuro) per dei traumi nati secoli prima. 
La storia delle isole Malvinas dice tutto di loro. 
Isole perse nel 1830 e una guerra di riconquista persa nel 1982.  
Las Malvinas son y serán siempre argentinas dice il cartello in autostrada. Tutte le cartine del paese, soprattutto quelle istituzionali le includono di diritto. In ogni citta' c'e' almeno un memoriale, un monumento, una croce ai caduti nelle isole, nel mare e nel continente: L'Argentina, la Patria vi stanno aspettando! Nelle scuole si distribuisce un manuale dal titolo Pensar Malvinas e ancora penso al bambino che, mentre aspettava insieme a me  volo per Ushuaia, ha indicato la cartina delle isole indicandomi e spiegandomi il punto esatto dove esiste un cimitero argentino. I furgoni stilizzati con le sagome delle isole, le magliette, le bandiere, i nomi delle vie e i messaggi della politica e della societa'.
Nel 2014. Tutti i giorni. In ogni parte del paese. 
Nel bene e nel male la memoria e' la chiave della socialita' e dei suoi confini, come dice la portata di questo blog in chiusura. La memoria come chiave per lo sviluppo resiliente di una persona, di un gruppo, di una societa', di un intero paese. 

Questo tema sara' il fulcro del nostro lavoro in oriente, ultima tappa prima del ritorno a casa.
Vediamo che succede.

Grazie per aver letto (in tanti) in tutti questi mesi americani. Non smettete di farlo in futuro. 
Il meglio deve ancora venire...

Francesco.





lunedì 27 ottobre 2014

Francesco - ¡Desaparecidos!: Il Cile, le vittime e i carnefici

Ci siamo lasciati con una introduzione alla memoria che delineava alcune definizioni, le dinamiche e le relazioni tra io e io, io e il mondo e il valore della testimonianza nel tempo. 

Vorrei ripartire da quest'ultimo punto per parlare del Cile, del post dittatura e delle sue odierne questioni. 

Nell' introdurre la  celebre opera "Se questo e' un uomo" Primo Levi disse di voler fornire al lettore/pubblico/umanità degli elementi d'indignazione

Senza troppi giri di parole il testimone, colui che ha vissuto l'orrore, ci mette nelle condizioni di scegliere come e con quale spirito affrontare il viaggio all'interno dell'olocausto.

Questo viaggio e' tempo nel tempo, tratta di storia appartenente al mondo eppure vissuta in prima persona soltanto da una parte di esso, un tempo lontano ma non così troppo da potersi ripetere nel nostro presente. 
Levi lo sa e ci dice di prestare attenzione affinché non accada mai più quanto e' successo. 

Vi chiederete cosa c'entra Levi con la dittatura in Cile.

Mentre camminavo per le vie di Santiago mi sono sentito troppe volte in difetto. 
Guardavo con morbosità e ossessione gli anziani camminare per le affollate strade del centro e mi domandavo: "questo può essere lui, di sicuro ha partecipato"
Cercavo di capire (con criteri, metodi selettivi precari) chi poteva essere stato il carnefice, il cittadino fiero del Generale Pinochet, chi aveva partecipato alle sparizioni, se era al corrente di tutto, chi faceva colazione con i figli la mattina per poi andare a torturare donne e uomini all'interno di anonime case ubicate in quartieri bene, centrali e residenziali. 
Insomma, guardavo l'ignoto e mi domandavo, io, quello che non conosce e non e' coinvolto nei fatti, tutto quello che alcuni non smettono da ormai più di vent' anni di pensare. 

Noi non dimentichiamo, noi non perdoniamo.

All'interno di Londres 38, una delle celebri case usate per la sparizione e tortura dei cittadini, dissidenti ( presunti e non), attivisti e studenti la funzione della memoria e' piuttosto chiara: Vogliamo giustizia, vogliamo che si aprano al pubblico gli archivi con i nomi dei responsabili, vogliamo che lo stato si renda conto del ruolo avuto in passato. Vogliamo sapere. 
Memoria e' sapere la verità, qualunque essa sia, anche la più difficile da respirare. 

Se lo incontrassi gli chiederei se crede in Dio

L. ci ha messo un po' a rispondermi. Il silenzio e' rotto da una voce tremante. L. e' un artista visuale sulla quarantina, di giorno cura la casa memoria Domingo Cañas di notte pensa al padre scomparso e ucciso quando lui era adolescente. 
Lunghi rasta, una maglietta di Bob il giamaicano e due occhi gonfi di lacrime mi dicono che e' impossibile pensare a una sola cosa da dire se dovesse incontrare il carnefice del padre. 
A dir la verità non ci aveva mai pensato prima, poi pero' ci pensa e dice:
  
"non saprei dirti Francesco. Sono passati tanti anni. All'inizio aspetti, poi c'e' la rabbia, poi c'e' la disperazione, poi ancora la rabbia e alla fine ti rassegni e cerchi di dare un senso a tutto, compresa la tua vita. Ecco, visto che credo in Dio, se lo incontrassi gli chiederei se anche lui ci crede, perché'davvero non riesco a capire come può un uomo che ha fede e una coscienza vivere dopo quello che ha commesso"

Memoria e' vivere nel passato continuando a soffrire nel presente.

La gente ha paura a venire qui, non c'e' informazione, c'e' chi non ci vuole ed e' per questa ragione che siamo ai margini del villaggio. (Paine ndr)

Prendi dei giovani che cercano di fare educazione alternativa nelle scuole usando come strumento la memoria come qualcosa di vivo e necessario per incollare un villaggio distrutto tanti anni fa.

Storie di latifondi, proprietari terrieri che hanno paura del comunismo, di gente che la terra non ce l'ha e deve guadagnarsi il pane lavorando come bracciante. 
Dove il sabato c'e' la messa per la massa e la domenica per i signori per bene (continua anche oggi). 
Dove sotto la dittatura sono morte 70 persone e i carnefici sono a piede libero e vivono li' insieme ai figli e ai nipoti dei defunti. 

Storie di convivenza e di paura: 

"in un villaggio dove tutti si conoscono e dove c'e' omertà, noi dobbiamo stare attenti a trattare il discorso della memoria. Quando andiamo nelle scuole, le maestre ci dicono di desistere, che loro la storia la fanno in modo superficiale. D'altra parte in ogni classe troverete sicuramente un bambino direttamente legato a una vittima e un'altro direttamente legato a un carnefice. Come potrebbero (questi bambini) vivere le nostre parole? e poi sopra i 35 anni, non troverete nessuno che voglia rivangare il passato. Troppa e' la paura di perdere il lavoro, la stessa paura che qui ha permesso le sparizioni. Sono stati i vicini a tradire, gli stessi vicini a partecipare alle sparizioni e forse anche alle uccisioni".
La memoria e' qualcosa di scomodo.

Abbiamo girato in lungo e in largo, letto, studiato e incontrato persone. In tutto questo lavoro al limite delle lacrime (le mie) non c'e' stata una sola fonte capace di raccontarci la memoria degli altri, di quelli che hanno vissuto la vita dall'altra parte del marciapiede. 

E lo stato? 

La riparazione e' simbolica, e' prendersi cura a livello di previdenza sociale per le famiglie delle vittime, e' erigere mausolei, centri e musei per non dimenticare. 
A livello educativo si latita (e più passa il tempo più le generazioni dimenticheranno, non sapranno, vivranno i fatti come qualcosa di lontano), a livello di risposte e di lavoro comunitario si e' generato un vuoto.

Mi chiedo se sia intenzionale questo vuoto.
Se il male e' banale come ci dice la Arendt, allora forse e' meglio non pensarci perché sono cose che possono capitare.
Chiudiamo gli occhi e guardiamo in avanti. 

Levi non ha potuto farlo e noi nel nostro piccolo scegliamo di non farlo.
Francesco




sabato 25 ottobre 2014

Francesco - ventimila leghe negli abissi della memoria

Quale memoria vogliamo costruire per il domani?

Eravamo dentro una casa usata dalla polizia speciale agli ordini di Pinochet per torturare e uccidere civili durante la dittatura in Cile, quando mi e' stata posta questa domanda.

La risposta che ho gridato all'interno della mia mente è  stata: "tutte quelle memorie che siamo in grado di sopportare e portarci dentro".

Immagino sia una risposta sbagliata e poco resiliente, di certo spontanea e sincera.

A una settimana dalla chiusura della fase 1 riguardante l'America Latina, a una settimana dalla chiusura di fronteralatina, a una settimana dall'avvio dei lavori in Asia, voglio chiudere raccogliendo il lavoro degli ultimi due mesi trascorsi in Cile e Argentina dentro di una serie di scritti incentrati sul tema della memoria.

La memoria è identità; ci connota, ci racconta qualcosa di noi. Senza di lei non potremmo viaggiare nel tempo, non avremmo la possibilità di varcare le frontiere della sofferenza, non potremmo rafforzare le nostre gioie. 
Se siamo ciò che viviamo, inevitabilmente siamo quello che abbiamo vissuto e/o ricordiamo di essere stati.

Questo blog e' una intro.

Che cos'è la memoria?

 Vietato rispondere con negazione ma tant'è! Non esiste Memoria senza ricordo e non esiste ricordo senza esperienza. Non esiste esperienza senza che vi siano due ingredienti imprescindibili: l'attore protagonista e la testimonianza. 

A fondo.

La memoria parte da un individuo tuttavia riesce a trascenderlo poiché sebbene sia un vissuto unico e soggettivo, trova luce soltanto nell'apertura agli altri, al mondo. 

Tutto parte dal vissuto, dall'esperienza. Diretta, indiretta, desiderata, non voluta, felice o drammatica. E' il via alla costruzione di un sedimento che troverà casa all'interno della mente del protagonista. Questo tassello, nasce e cresce senza logiche predeterminate e - sempre senza schemi -  influisce sulle dinamiche di replica. Nella mente. Nella testimonianza. 

Il sedimento/dettaglio/esperienza, stabilisce un rewind continuo che a sua volta genera un'invasione. 

La memoria è  il prodotto di un passato che le ha dato i natali eppure vive nel presente (invadendolo a suo piacimento tutte quelle volte in cui viene evocata o emerge spontanea dal sottosuolo della mente) e determina il futuro. 

Evocare significa rivivere qualcosa in differita. Questa sconnessione riporta sia a un tempo che non c'è più sia a un' esperienza che ha cessato fisicamente di esistere. Il risultato è  il ricordo, ciò che pensiamo e ciò che raccontiamo ma non necessariamente ciò che abbiamo realmente vissuto. 
Se il ricordo è positivo it's ok, tutto scorre liquido e lineare.
Se il ricordo è un trauma, una perdita, una sconfitta, qui iniziano i problemi. Presente e futuro si fanno piccoli e neri, diventa difficile stabilire cosa sia reale e cosa sia la realtà: quella cosa che vogliamo vivere o quella che vogliamo/vorremmo rivivere?

Ancora due cose e chiudo.

Se siamo ciò che viviamo, inevitabilmente siamo anche ciò raccontiamo. 
In un'epoca social, il valore che la nostra immagine assume agli occhi dell'altro rappresenta un fattore chiave per la costruzione dell'identità. Siamo tutti fotografi, scrittori (guardatemi), muse e abbiamo tutti delle vite da raccontare (con le foto degli sport che facciamo, degli amici che abbracciamo, degli amori che amiamo, del cibo che mangiamo, della musica che ascoltiamo etc etc etc). 
La memoria in questo caso è quello che il protagonista vuole che la gente sappia; è l'emozione che si vuol suscitare nell'altro (vedere il caso dell'autobiografia come genere letterario) ma non necessariamente risulta essere il vero, il vissuto. 
Memoria come prodotto di uno scambio tra emittente e destinatario/i. 

Sono felice perché lo sento o perché ho dato la percezione di esserlo?

Siamo partiti dall'individuo per giungere alla relazione con il mondo. 
La memoria è collante, identità, detonatore e nel contempo un esplosivo comunitario. 
Dittature, fracassi economici, traumi collettivi, l'Italia che vince il mondiale, il terremoto, Hiroshima, Cernobyl, le Twin Towers, Lady D., Albano e Romina, il Rwanda, Gaza, l'Abruzzo, Genova, Scampia, la strage nel quartiere, l'italianità: 
la memoria come quintessenza di un tessuto sociale.

Come riparare un tessuto sociale rotto?

Segue.

Francesco 



sabato 20 settembre 2014

Claudia - 17/09/2013- 18/09/2014



"365 giorni per attraversare via terra un continente.
Da Tijuana a Capo Horn"

E' con questa promessa che un anno fa si apriva la pagina di Frontera Latina.
Ebbene, allora iniziavate a leggere le nostre prime righe scritte dalla moquette polverosa di un motel periferico di Los Angeles.
Oggi, potete leggerci dal freddo pungente di Ushuaia, la fine del mondo, giusto di fronte a Capo Horn.
Seppur con un giorno di ritardo, possiamo dire di aver mantenuto la promessa.

32572 km, a consumarci le suole.
13 Paesi vissuti.
86 cittá/case.
17 frontiere calpestate (e nei modi piu' disparati: passando per fiumi, ponti pericolanti, deserto e vento, mare).
12 reti di lavoro attivate.
6 micro-progetti conclusi.

Lo zaino ormai pesante, quanto tutti i pensieri,le esperienze e le lezioni di vita raccolte in questo anno.
Come dice Magris, "viaggiare significa fare i conti con la realtá ma anche con le sue alternative, con i suoi vuoti, con la storia e con altre storie".

Dallo scampato naufragio tra Panama e Colombia, al terremoto di Managua.
Dal coprifuoco di San Salvador a tutte le mani tese e le porte aperte delle persone che ci hanno aiutato durante il cammino.
Dalla vita senza acqua a San Carlos de Nicaragua, agli ostelli famigliari dove si griglia tutti insieme alle 3 di notte.
Dai paesaggi tanto belli da farti commuovere, alla crudele realtá che non puo' non fare a pugni con la tua coscienza.
Dalla nostra storia a quella degli altri; di chi é fuggito, di chi é tornato; di chi non sa cosa fare; di chi soffre; di chi é solo; di chi é forte; di chi non ha scelta.

Immagini, culture, costumi, attenzioni che si mescolano al dolce tocco dei sensi.
Dalla magia del giorno dei morti in Messico, alla festa del paese Colombiana.
Dalle sfilate a suon di banda boliviane ai preparativi della festa patria in Cile.
Dal profumo dei tacos al sapore irresistibile delle empanadas.
Dal cibo di Gesú dell'hermana Cherubina, al caffé italiano dell'hermana Bruna passando per le pizze preparate in Seminario insieme a padre Sergio e ai ragazzi la Domenica sera sullo sfondo del meglio degli U2.


Seguendo con Magris,  "il viaggio scopre non solo la precarietà del mondo ma anche quella del viaggiatore"
Siamo, forse, stati meno viaggiatori di quel che pensavamo.
Sicuramente, pero, oltre a scoprire tutte le insicurezze dei luoghi che abbiamo attraversato, abbiamo inevitabilmente scoperto le nostre.
La nostra vulnerabilità, che ci ha fatto mettere a nudo, rispecchiandoci nel cammino in tutto quel che abbiamo avuto il privilegio di assaporare, sfiorare, vivere.
Tra sorrisi persi, e ritrovati; tra rimesse in gioco e evoluzioni continue, ci siamo spinti molte volte (e continuiamo a farlo) oltre i nostri limiti, oltre le nostre frontiere che mutano piegate dal tempo e dagli eventi.

Quel che é certo é che, come sempre avviene in casi del genere, si prende molto piu' di quanto si da.
E tutto quello che ti resta dentro, che ti porti con te, come ricordi indelebili e preziosi in qualche modo ti rende diverso.

Claudia
























lunedì 15 settembre 2014

Francesco - Le isole di solitudine comunitaria

Le terre del sud sono terre estreme.
Immaginate un mare verde ininterrotto che dilaga senza barriere oltre i confini sanciti dall'uomo: il Cile e l'Argentina. La Patagonia, il sud, la via di fuga verso la celebre terra australis nondum cognita.

Una steppa violata da un vento sempre e troppo possessivo con i suoi 80/100/130 km/h.
Sempre. Tutto l'anno. 

Laggiu' o qui e ora, dove non c'e' un solo albero eppure le case son fatte tutte di legno. 

Dove il mare e' color pece e le montagne son piu' azzurre del cielo.
Dove si e' piu' vicini al continente antartico che alle grandi, furiose e calpestate Santiago e Baires.
Come vive la gente patagonica?

Da queste terre e' passato di tutto e son passati tutti.

C'erano gli aborigeni e i Mapuche. Spazzati via, morti per colpa di una malattia chiamata febbre da oro.

Sarmiento, Magallanes, Magellano, Drake, Shackleton, Amundsen e migliaia di gregari senza volto al loro seguito hanno solcato i mari che cullano queste terre in cerca di esistenza, fortuna e gloria.

Ci sono le logge, le corporazioni e le societa´ anonime croate, italiane, francesi, inglesi, portoghesi e spagnole. 
La scoperta degli idrocarburi al sud del mondo ha generato dal nulla centri abitati sconnessi, isolati l'uno dall'altro, inospitali quanto vitali per l'opportunita' di farsi una vita quando nelle terre natie la possibilita' non c'era. Non c'e'. Ci sara'?

Quindi le regioni del Chubut e Santa Cruz in Argentina. Petrolio, pesce, balene e pinguini. La direttrice Comodoro Rivadavia, Caleta Olivia, P.to Deseado, P.to San Julian, Rio Gallegos e' una landa sola abitata da fantasmi che lavorano, lavorano e lavorano. 
Non e' un caso che tra il 1997 e il 1999, in un piccolo comune petrolero perso con se stesso oltre che nel nulla, Las Heras, sia stato teatro di una serie interminabile di suicidi giovanili (25 anni di media). Buenos Aires, Cordoba e Rosario sono un mondo a parte. 
Risulta piu' semplice andarci che figurarle all'interno di un pensiero.

Las Malvinas o per meglio non dire le isole Falkland sono il Regno Unito lontano 20 mila miglia luce oltre che  nautiche da Londra. 
Una terra latina, argentina, in mano a un'altra cultura. I generali argentini e la lady di ferro Thatcher se la son giocata a Risiko negli 80' con vittoria di sua maesta'. 
Risultato odierno: Chiuse le frontiere marittime da e verso l'Argentina. Via nave si puo' solo raggiungere i territori della corona nell'Atlantico, piu' vicini a Citta' del Capo che al continente latino. Via aerea si vola una volta a settimana dalla Patagonia cilena (di rado c'e' uno scalo a Rio Gallegos) o da Santiago oppure con voli militari dall'Inghilterra. Poche migliaia di anime che vivono di pecore, petrolio e turismo di nicchia. 

Infine le terre estreme, La regione di Magallanes, Ultima Speranza  e Antartica cilena, la Terra del fuoco e il Capo Horn. 
Puerto Natales, Punta Arenas, Porvenir, P.to Williams, Rio Grande e Ushuaia sono i centri abitati piu' grandi. 
C'e' un porto franco,  i militari, il pesce, il petrolio, la ricerca scientifica e il turismo. 
Ci si arriva con il culo piantato per 48 ore (+30 di barca se si va a Williams da P.Arenas) su un autobus da Santiago oppure per via aerea.  
Sulle isole e isolette sul lato del pacifico si arriva con navi speciali con cadenza settimanale, flutti permettendo.

A queste latitudini la vita e' cara in tutti i sensi.
C'e' bisogno di tempo, un altro tempo da leggere e vivere.
C'e' bisogno di pazienza o rassegnazione.
C'e' bisogno di una famiglia, qualunque essa sia: formale, informale, religiosa etc.
C'e' bisogno di un lavoro perche' mendicare innanzi alle costanti intemperie ti porta dritto nell'oltretomba (il costo della vita vista a distanza siderale per il trasporto dei beni di consumo vieta il raggiungimento del pasto garantito per mezzo delle attivita' di lavoro informale).

La vita alla fine del mondo e' un gioco comunitario: non puoi isolarti, non esiste l'alienazione, non concessa e' l'anomia. 
Si e' isolati in comunita' e solo nella comunita' si puo' trovare una raison d'etre
Nella comunita' mi identifico e risolvo le questioni legate alla sopravvivenza e alla scarsita' di risorse. Non condividere le regole, la sub-cultura, il non inserirsi, il non accettare o non essere accettato comporteranno una triste St. Helena per tutti gli sventurati. 

Da un' isola a un'altra.
Da una solitudine alla Solitudine.


Francesco





giovedì 11 settembre 2014

Francesco - Transatlanticismi australi (tutti gli amori impossibili in rotta verso la fine del mondo)

Questi sono dei dogs dalle mentite spoglie che vogliono dare immagine alla parola Amore.

Una collezione di battiti sul limite dell'infarto incontrati dalla Bolivia alla Patagonia, in attesa di giungere alla fine del mondo.

Per gli instancabili atrevidos di frontieralatina un suggerimento/requisito per una lettura:
a- prima di iniziare, riflettete cosa sia per voi l' amore... e poi tutto di un fiato fino alla fine.
b- prendete il mouse / aprite una nuova finestra/ http://www.youtube.com/watch?v=Qvv-LpTBWVk (Radiohead-videotape) e usatela come fondo di lettura.

Iniziamo.

Vacas 1.
Una giovane ragazza disabile sdraiata tra fanghiglia e sterco animale, mangia con aviditá una forma di formaggio di capra. Ha ereditato la malattia dalla madre che a sua volta l'ha ereditata dal padre. La nonna, alla fine dei suoi giorni, ha scelto di lasciar morire di fame la figlia e ora e' il turno della nipote.

C'e' l'abbraccio con Padre Sergio.

Vacas 2
Suor Cherubina scoppia a piangere nel vedere la sofferenza di R., ragazzo spastico chiuso tra quattro mura diroccate, lama, vacche e una famiglia che si vergogna di lui. Il padre e' lontano da casa, il sussidio di invaliditá del figlio e' usato per gli animali e altre cose redditizie. R. ha bisogno di una pomata, le mani bruciano, le ossa muiono. La sorella vuole studiare, l'universita', vuole una famiglia e un lavoro dai bei soldi per trovare qualcuno che un domani si prenda cura del fratello. Non lei. 

C'e' il bianco candore salato (Uyuni-Bolivia)

Mina.
Dentro le miniere, verso i 4300 metri sopra il livello del mare, fa un caldo indescrivibile. L'aria e' pesante e lo spazio e' angusto. Il lavoro e' duro. Vince chi resiste. In citta', le botteghe vendono dinamite come se fossero dei bon bon. Nuovi quartieri sulle montagne battute dal vento vengono fuori come funghi. Questa e' la terra dei bambini lavoratori in un paese che ha appena approvato un codice che normalizza il lavoro salariato per i minori di 10 anni. Previo consenso dei genitori.

C'e' Bruna, le sorelle e una casa che sa di rifugio per ignoti marinai

Trabajo sexual.
Tra gli addetti ai lavori di un tavolo sociale sulla violenza sessuale commerciale nei confronti dei minori, si alza una voce sorda e intermittente: "voi non sapete quanto sia difficile metterci la faccia, per chi come noi, noi che abbiamo famiglia da mantenere, facciamo questo lavoro, consenzienti, e veniamo continuamente minacciate dai magnaccia di turno". disse la lavoratrice, adulta, quindi in regola, impiegata nel mestiere piu' antico del mondo.

C'e' la sabbia e un deserto dai mille colori (Atacama, Cile)

Casa-Famiglia
Aristide e la sua variegata famiglia, hanno lasciato tutto per costruire delle case in periferia. 
Dentro queste case ci vivono bambini malati terminali, sieropositivi, orfani e abbandonati.
Ma una casa non si puo' definire tale se non c'e' una famiglia che vi risieda. 
Nella gioia come nel dolore.
Aristide va in capo al mondo per ritrovare le madri e le trova. Parla con loro e le invita a tornare a casa. Prendersi cura di se', del figlio e di altri figli non suoi. 
E se deve morire, anche lei, che non stia sola e abbandonata.

C'e' il ghiaccio, ci sono i laghi, la neve, le montagne, gli oceani, la steppa, il vento e la pioggia (Patagonia)

I Padrini di mosaico.
A scuola siamo delle vere star. I ragazzi del primo, del secondo, del terzo, del quarto secondario superiore ci adorano e hanno goduto nel partecipare alle nostre lezioni. 
Quelli del quinto ci vogliono come padrini per la foto che faranno l'anno prossimo dopo la maturita'. 
Quelli del sesto mi hanno preso a pugni con le parole: " Francesco, tu davvero vuoi che diamo una lezione di vita, beh eccotela qui la tua lezione, sai che c'e', tu non sai nulla di noi, di quello che viviamo qui, di quello che pensiamo e soprattutto hai fatto un errore terribile: ci hai considerato come gruppo mentre noi non lo siamo mai stati" disse con gli occhi gonfi il miglior maestro che ho avuto in Bolivia.

C'e' chi se ne va e torna a casa

Patria.
Nella terra di Allende, Pinochet, del Rame e altre meraviglie, il 18 settembre sara' festa nazionale. 
C'e' stata dittatura, sono passati terremoti e tsunami.
Il Cile si ama. Con tutto il cuore.
Lo dice la bambina che a spasso per un mercato popolare con i genitori, lascia tutto per ballare una danza gaucha improvvisata.
Lo dicono le bandiere che danzano tra tetti, finestre, macchine, piatti usa e getta e milioni di altri oggetti caleidoscopici che mi rimandano un che di invidia per qualcosa che mi sfugge.

Ci sei tu
Chiudo con l'Amore, il mio, verso l'unica irriducibile che conosco, la Donna che mi lascia vivere al suo fianco, l'unica che non se ne va. mai. Fino alla fine del mondo e oltre.

"c'e' gente coraggiosa, gente paurosa,
gente che del mondo non le importa nulla
gente in piedi, gente seduta
e gente che sogna, gente che si sveglia
c'e' gente che nasce e gente che muore
c'e'gente che odia e gente che ama
In questo mondo c'e' molta gente
pero'

Non c'e' nessuno come te 
Non c'e' nessuno come te amor mio"

Francesco



giovedì 7 agosto 2014

Francesco - Il Cimitero d' elefanti e altri effetti collaterali

Continuo a ragionare per pugni nello stomaco attraverso veline da ordinaria follia.

Tre. Semifinale mondiale e Cochabamba si ferma. Una donna incinta di due gemelli e' in travaglio. C'e' un problema. I bambini muoiono. La madre muore due giorni dopo. Il Padre/Marito/solo, si dispera. C'e' stato un ritardo nell'intervento. Il medico era incollato alla tivvù.

 Baby Shower. Sullo sfondo di un campetto di cemento a 4000 metri un gruppo di ragazzi e' intento a farsi di colla e smalto per le unghie. Panno-boccia-naso. Panno-boccia-bocca. Di questa dozzina la meta' sono minorenni. Tre donne sono perse dentro il loop. C'e' chi si fa curare le ferite della strada, chi evita le cure di uno sbirro intento a ribaltare il loro mondo e chi cerca di dire la sua a un polizziotto in vena di paternale, mentre un'educatrice di strada cerca di dar senso al non senso. La nota a margine e' una neonata che passa di braccia in braccia dentro le cure e la vita di questo gruppo.

Cato. Senza numeri. E' una parcella di terra destinata alla coltivazione della foglia di coca. E' un diritto coltivarla in Bolivia. Uso tradizionale (bere, curanderia, masticare). Ogni famiglia ha diritto a una quota. C'e' il sindacato. Media di 20000 Dollari USA il fatturato di famiglie contadine che di colpo si ritrovano a essere i nuovi ricchi (non parlo della produzione illegale). Che si fa con il denaro?

San Pedro. Ci mettiamo una vita a convincere le guardie a farci entrare nel carcere di La Paz. Mentre parliamo, il mondo fa passare di tutto oltre il confine e nessuno controlla nessun pacco. C'e' un patio intasato al di la' della frontiera. La polizia non entra in carcere. Noi si. E' diviso in quartieri. Si paga fino a 1000 dollari per avere una cella. I bambini giocano nella sezione San Martin (qui c'e' pure un asilo). C'e' chi vende comida, un parrucchiere, chi si arrampica sulle scale a pioli per raggiungere la sua casa. I bambini escono la mattina e tornano la sera da scuola (e' un carcere solo per adulti). Qualche straniero l'ha fatta grossa. Molti si fanno di pasta base. Nella falegnameria senza finestre tutti ormai tossiscono. E pagano la loro quota per poter occupare il tempo.

Valigia. Gente che arriva in Bolivia per una valigietta e si ferma 30 anni (in galera) o se ne va per poi farsi un giro nelle prigioni di qualche altro paese. Dai due milanesi di 60 anni che non avevano piu' un lavoro, un romano, un belga, sino a un talentuoso giocatore ghanese, classe 68' che l'altro giorno ci ha aspettato con il visto buono per uscire. Consumato dall' AIDS, biascica, non sembra lo stesso della foto però e' felice: forse in tre settimane di burocrazia potra' rientrare a morire nella citta' da dove partì anni orsono.

Haiti. Pochi  chilometri a nord di Cobija, la Bolivia si bacia con Brasile e Perù. Da qui son passati 30 mila profughi haitiani e nessuno sa nulla. 

Cavalluccio Marino. E' il cimitero per elefanti di La Paz. Bar clandestino dove gli alcolizzati oltre qualunque ritorno decidono di bersi l'ultima bottiglia. La Bolivia e' piena di questi cimiteri. C'e' chi dice che il prezzo basso delle cosumazioni sia dovuto all'uso di alcool per macchine fotocopiatrici, ma non posso metterci la mano.

Preservativo e finisco. Perche' le minorenni di strada e quelle dei bordelli non lo usano? Perche' se la polizia incontra questi cosi pensa che la donna (?) in questione abbia risorse finanziarie da "regalare". Se non regala si viola. Se non si compra ci si contagia. Muoiono anche le mogli di chi viola, pero lo si scopre molto, molto dopo. Si va prima dal curandero. In ospedale da morti.
Quando le statistiche non contano.
Ciao Mamma e grazie di tutto

Francesco

venerdì 1 agosto 2014

Francesco - tra colla e bordelli

Fare educativa di strada a El Alto, Bolivia significa perdere del tutto quel piccolo barlume di amore per la vita che mi era rimasto.

Alle ore 20:00 quella citta' chein meno di trent'anni  e' passata da zero a a quasi un milione di migranti si presenta come la peggiore delle infamie bibliche.

Di giorno El Alto e i suoi 4000 metri fanno parecchio schifo.
Di notte El Alto e i suoi demoni fanno parecchio paura. 

E' tutto un brulichio di vita oltre ogni umano pensare. Caos, luci, ambulanti, odori, bus e furgoncini che invadono stradoni circondati da palazzine tutte uguali, tutte fetide, orribili e dal mattone a vista.
Immaginate una citta'-dormitorio: ci stai solo per sopravvivere, tutto il resto non conta.

Con tre educatrici, uno psicologo e un'assistente sociale iniziamo la nostra discesa verso gli inferi. Subito un gruppo di giovani vittime di violenza sessuale commerciale. 
Tutti minori. 
Tutti a farsi di colla.
Persino la loro pappona ha il cervello in pappa ed e' giovanissima. 
A.,13 anni e' un ragazzino che subito si avvicina a parlarmi. E' relativamente sobrio e mi regala un cinque con sorriso e curiosita'. Mezz'ora dopo scopriró che una visita medica di carattere rettale ha sancito l'abuso continuo vissuto da questo ragazzo il quale , ovviamente, non dira' mai nulla per paura di non essere etichettato con un maricón. Per non pensare.
E mentre El Alto fibrilla nella compra-vendita di feti di lama e di offerte alla pachamama tierra che ogni santissimo(?) primo di Agosto esige la sua cuota (altrimenti il demonio ti fara' la festa a partire da settembre), noi ce la passiamo osservando le compagne di strada del nostro caro A.. Tutte perse, barcollanti e con la mano che stringe una pezza da sniffare, una bottiglia con un liquido dal color piscio da odorare o forse da bere. In torno il mondo fugge e si perde questo dettaglio di vita in frantumi. 

A El Alto ci sono un botto di discoteche per minori. Ci sono un botto si sale giochi e bambini di strada iscritti al club dei senza orario e dei senza posti adeguati alla loro esistenza. Tutti imbambolati davanti alle luci intermittenti.

A El Alto c'e' un sindacato di proprietari a tutela degli alojamientos e dei loro commerci. Dicesi Alojamientos, tutti quegli Hoteles a zero stella che invitano uomini a violare una ragazzina/o a prezzo popolare: 5 euro la notte in camera piu' 8 il costo del bambino/a ragazzino/a.

A El Alto c'e' un Hotel  raffinato. L'unico a tre stelle. Un lusso. Primo e ultimo piano discoteche, un'area ristorazione nel mezzo e poi tante camere. Il proprietario e' dentro la tratta sessuale, e' il piu' votato e sempre presente nell'organizzazione del quartiere (in cambio di casse di paceña e qualche favore) e si dice sia colui che gestisce i vestibulos della 12 de octubre.

A questo punto vi suggerisco di lasciare definitamente la lettura.

Con Andrea e Ariel, ci stacchiamo da Claudia e le altre donne per addentrarci nella zona rossa: la 12 de Octubre. 
Sembra di stare in guerra: in meno di qualche decina di metri di passa da un vialone affollato e in preda ai piu' svariati commerci al deserto. Serrande chiuse, solo uomini in strada.
E' un formicaio: c'e' chi piscia ovunque, chi mangia, chi si beve il viagra andino a un boliviano (10 cent), chi vende materiale pedopornografico, chi entra nei bordelli.
Una porticina di metallo ci separa da tutto quello che non avremmo mai piu' digerito in seguito. Il primo bordello e' quello delle cholitas (donne indigene, formosissime con vestito tipico). Veniamo investiti da luci rosse, un calore insopportabile e un via vai di uomini. 30 boliviani una scopata con una di queste signore molto piu' che mature. Quasi tutte le porte sono chiuse, segno di attivita' in corso. Dove ci sono le nuove arrivate, c'e' un gruppo di guardoni dallo spioncino intenti a capire se vale la pena investire.
Da un bordello a un altro e poi ancora e ancora in meno di un km. Vediamo i transessuali, le donne adulte, altre cholitas e infine le minori e le adolescenti. Stessa struttura: porta di metallo, cunicoli tappezzati di stanze/tugurio e tanti e troppi uomini a girare in preda a una frenesia inspiegabile. Chi conversa, chi si prepara vedendo un porno, chi piscia chi chiede il prezzo. Le ragazze sono piccole. alcune portano la mascherina. L'ultimo bordello ha una gabbia che circonda tutto il secondo piano. Tutti gli uomini (e qualche ragazzino) aspettano con la fiche in mano. Oggi c'e' il sorteggio. Chi vince si guadagna una scopata con una miorenne a soli 50 centesimi di euro.
Questo e' tutto.
domani vi parlo degli effetti collaterali.
Francesco.


martedì 15 luglio 2014

Andrea - Giorno zero

Prendi il trufi 233 fino alla piazza principale di Sacaba poi due quadre fino al banco Union, gira a destra e sei arrivato. Ottimo, non sembra difficile. Ah il trufi è un taxi collettivo che segue una tratta stabilita, di solito è un minivan che carico porta anche 17/18 persone.

 Arrivo fino al cavalcavia vicino al rio Rocha, non lontano dal Cristo de la Concordia, ed aspetto il trufi che dopo qualche minuto arriva già carico di gente. Passo i primi minuti in piedi con la schiena piegata fino a quando una bambina si stringe un pochino e mi fa sedere. Mentre viaggiamo chiedo gentilmente all’autista se può indicarmi la mia fermata, p.zza principale di Sacaba, purtroppo mi sento rispondere che il trufi su cui viaggio semplicemente va a Quillacollo. Ottimo! Comunque gentilissimo l’autista mi spiega che devo prendere il 233 verde (colore del numero). Scendo lungo la strada, dove mi viene indicato ed attendo il 233 verde, che è anche il colore della speranza. Speranza di arrivare!
In lontananza vedo il ‘mio’ minivan, alzo il braccio, l’autista accosta e chiedo, per essere sicuri, se passa per Sacaba e la sua piazza. Con un piccolissimo accenno del volto mi conferma la destinazione, apro il portellone, entro e partiamo. Mi siedo accanto ad una bambina e a sua madre alla quale chiedo, con il mio spagnolo sempre meno ridicolo, di avvisarmi quando arriviamo alla piazza principale di Sacaba, gentilissima risponde che è anche la sua fermata. Meglio di così?
Arrivati alla piazza scendo dal trufi, pago e seguo le istruzioni. Due quadre fino al Banco Union poi giro a destra in una strada polverosa e cammino fino ad uno stadio, quasi totalmente disorientato, chiedo ad una donna che prepara cibo di strada se conosce il luogo dove sto andando, per fortuna lo conosce e mi indicata la strada così sano e salvo arrivo all’hogar gestito dalla hermana Maddalena.

Due parole veloci su questo hogar giusto per farvi capire dove sono. È un hogar (casa) che accoglie bambine che vanno dai quattro ai diciotto anni. Tutte orfane o abbandonate. Il mio ruolo in questo luogo sarà duplice, sarà un esperienza di campo, di lavoro pratico con le bambine e allo stesso tempo un lavoro di studio su come funziona, sotto tutti gli aspetti, un luogo come questo.

Entro nell’Hogar e subito dopo aver salutato l’Hermana Maddalena, vado nell’aula dove una ventina di bambine tra i quattro ed i dieci anni stanno facendo varie attività aiutate da una maestra. Saluto tutti ed indirizzato dall’insegnante mi siedo vicino a Belen impegnata a fare i compiti di matematica. Butto l’occhio sul quaderno e vedo cinque divisioni da risolvere tutte con tre cifre al divisore più la prova del nove! PANICO; non ricordo come si risolvono, non ho mai imparato la prova del nove (ho sempre fatto la moltiplicazione come prova) e devo controllare eventuali errori e correggerli spiegandomi in spagnolo. Dopo un paio di minuti e qualche Klinex per asciugarmi il sudore, ovviamente freddo, recupero in un cassetto molto nascosto della mia memoria tutte le informazioni che mi servano e insieme a Belen risolviamo tutte le divisioni. Per onestà intellettuale è stata bravissima e quasi non ha avuto bisogno del mio aiuto.
Finito il momento compiti si va tutti in giardino a giocare, chi sulle giostrine, chi con l’elastico e chi si arrampica sul castello. Ovviamente ho portato con me i palloncini modellabili certo che ai bambini più o meno piccoli sarebbero piaciuti. Ma come provare a gestirle tutte ed interagire con loro nello stesso momento? Semplice. Prima gonfio un pallone per ogni bambina e poi insieme a loro, passo dopo passo, creiamo la figura che per semplicità operativa è un cagnolino. Facile? Ovvio che no! Per fortuna in mio auto c’erano delle ragazze che una volta imparato anche loro come modellare il palloncino hanno aiutato le bambine a creare il proprio perrito. Tutto è filato liscio a parte qualche pallone esploso e la pompa quasi distrutta, ma poteva andar peggio.
Purtroppo arriva il momento di andare, saluto tutti con la promessa di tornare presto (il giorno dopo) e mi avvio verso casa.

Ripercorro al contrario le indicazioni partendo dallo stadio, al banco Union giro a sinistra, percorro due quadre ed arrivo nella piazza principale. Aspetto il ‘mio’ minivan 233 verde con una piccola sensazione di benessere e qualche cosa su cui riflettere, fumerei una sigaretta ma non le ho più. Lo vedo arrivare e come prima alzo il braccio, lui si ferma, io salgo e ripartiamo.  

Via verso casa pensando alle bambine più piccole, tutte hanno voluto tre cagnolini.

Un padre, una madre, un figlio/a.


domenica 6 luglio 2014

Andrea - 10 giorni in Sud America

Venditrice di chiamate. Ai lati delle strade, il più delle volte con casacca gialla con scritto - llamadas – hanno con se 2/3 telefoni che prestano a coloro che hanno bisogno di chiamare. Il tutto a pochi soles o bolivianos che siano.

Si mangia senz’acqua. Bibite gasate a volte dalle dimensioni enormi, te, succhi, chicha morada o alltri preparati simili, non mi sembra vero ma è la realtà. Ad ogni modo menzione particolare all’ Inca Kola. Per chi non ha neanche la più pallida idea di cosa sia…sei già su internet ed a questo punto hai due possibilità. 1 guardare dei video su youtube di gente che prova l’Inca Kola 2 comprarla via internet con un piccolo suggerimento da parte mia, scegliete l’opzione soddisfatti o rimborsati. Sì io l’ho provata, volete sapere cosa penso? Spiacente non ho i soldi per pagare un avvocato per eventuali denunce.

Auto-impiego. La parola dice tutto, la necessità di sbarcare il lunario porta l’uomo/donna a inventar qualsiasi mezzo per portare a casa dei soldi. Allora vendo i prodotti della mia terra, vendo accendini, fazzoletti, bibite, giochi, cappelli etc etc. Tutti insieme o solo un prodotto, per terra, in piedi o su un banco improvvisato. Fino a dove la tua immaginazione può arrivare, forse oltre.

Mercati del rubato con tutto. Ma tutto!

Manifesti politici? No grazie! Ti pitturo casa con il simbolo del partito ed il nome del candidato così tu prendi due lire, io faccio propaganda. Lascio a voi ogni considerazione.

Gesù Cristo di colore, croci indigene, santi e madonne con parrucche e vestiti veri.

Desaparecidos.

Lustrascarpe con il passamontagna. Lascio a voi ogni considerazione 2.

Il paesaggio e i luoghi, facile vero? Ma ti lasciano senza fiato…sarà che ora mi trovo a 4000m??

Bambini che lavorano. Nessuna considerazione solo indignazione.


venerdì 4 luglio 2014

Francesco - ¡La Paz!

Le Ande tolgono il fiato. Per davvero.
La testa scoppia, l'ossigeno manca, il cuore corre, l'occhio gode. 

Sono giorni ormai che non mettiamo il naso al di sotto dei 3800 metri. C'e' chi svuota lo stomaco tra una curva e un'altra, chi ha sviluppato una sana narcolessia e poi ci siamo noi tre che andiamo avanti a mate de coca, alle foglie di coca masticate come se fossero gomme dal palloncino facile oppure ci lasciamo andare al buon vecchio sale di lisina in busta per toglierci tutti i mali di questo mondo rarefatto.

Ridendo e scherzando continuiamo la nostra folle corsa verso la Patagonia, e dopo il balcone d'America Quito abbiamo percorso quasi 3000 chilometri per arrivare oggi in Bolivia, terra dove lavoreremo due mesi tra strade, bambini e tanti ricordi.

La via da Lima a Cochabamba ci ha riservato storie e luoghi indescrivibili: l'indigena e fiera Cusco, la magia del Macchu Picchu, il disordine di Puno, l'immenso blu del lago Titicaca e ora La Paz, citta' che abbiamo gia' avuto l'onore di conoscere circa quattro anni orsono. 

La Paz e' un bordello dal fascino contagioso (potrei estendere il concetto a tutta la Bolivia ma non voglio togliervi il piacere della scoperta). 

Arrivi in citta' dall'alto o meglio El Alto (comune autonomo che si fonde con la citta') dopo aver percorso piste polverose circondate da file interminabili di caseggiati rossi terra di Siena in perenne costruzione/decadenza vuoti. 

Ad un tratto, veniamo inghiottiti da un traffico senza regole e ricco di clacson sguinzagliati dai combi (i minivan) dai nomi profetici scritti sul retro (l'invincibile, la nave dei dimenticati, torneró per te, Dio e' mio amico, Dio mi protegge, la mia gioia e' la tua gelosia etc etc etc) per poi lentamente strisciare verso la statua di un Che rottamato a campeggiare su una piazza anonima dalla quale parte la nostra discesa in citta'. 

E via verso un percorso circolare che lentamente ci inghiotte tra le infinite case che dalla montagna si perdono sin giu' a fondo valle mentre un poderoso e bianco Illimani svetta sulle nostre coscienze facendoci sentire sempre piu' piccoli in questa terra latina. 

Scendere verso La Paz e' come fare una capatina negli abissi: vieni inghiottito da un'infinita' di cose talmente fitte da non farti capire piu' niente. Quel  che rimane e' farsi risucchiare e vedere come va a finire. 

C'e' la nonna che ci blocca in mezzo alla strada e ci fa' caricare una decina di sacchi di mandarini da 20kg cada uno dentro il suo "magazzino" ripagandoci con lacrime agli occhi e un casco di banane gratis che poi abbiamo girato a un bambino che chiedeva monete in plaza San Francisco il quale tentennava incerto sulle conseguenze del nostro gesto.

C'e' un bimbo che nel traffico del centro non riesce proprio a trattenere la pipi', zompa fuori dal sedile a lato del conducente, si tira giu' la tuta e la fa li', a lato marciapiede, in una via affollatissima e centrale, nell'attesa di un segnale dal cielo o dal semaforo. 

Ci sono gli immancabili lustrascarpe ma qui a La Paz, i lustrascarpe indossano un passamontagna integrale. Fa un certo senso vederli all'opera con dietro murales sugli zapatisti messicani.

 C'e' l'onnipresente presidente Evo Morales, con slogan, cartelli sull'alfabetizzazione, sul gas per tutti, sul teleferico che ti fa volare, sul costruire una nuova Bolivia, sull'unita´ nelle differenze e via dicendo. La sua chioma e' rimasta intatta nonostante il tempo e le intemperie.

C'e' la cena a un euro al mercato centrale, dove mangiamo un asado con riso alla valenciana uno sopra l'altro dentro di un loculo dove l'igiene e' un dettaglio trascurato da tutti (noi compresi).

C'e' un altro loculo dove prendiamo un caffe' dentro una tazza lavata in acque torbide da una signora anziana, che ci intima di finirlo in fretta perche' deve lavorare mentre noi siamo gli unici clienti e dalla radio risuona un revival sentimental-deprimente-paranoico anni 60-70-80 che ci porta ai limiti delle lacrime.

C'e' l'immancabile mercatone del contrabbando e ci sono le vie fighette dai palazzoni a specchio con dietro baracche, il carcere femminile, un cunicolo di sottopassaggi dove gang di giovani ballerini si esercitano in contest metropolitani sulle note di trick me di kelis.

C'e' la coca cola in vetro a 10 cents e io sono rovinato.

Francesco

martedì 1 luglio 2014

Andrea - A tempo perso sono un uomo e un uomo s’empiccia!

Nino Manfredi nel film il popolo sovrano nel spiegare il suo appoggio alla causa garibaldina fa una affermazione molto semplice ma di un disarmante valore sociale: ‘sono un carrettiere ma a tempo perso sono un uomo e un uomo che fa? Si interessa’.

Questa frase mi colpì sin dal primo istante e potrei usarla io stesso come risposta a tutte le persone che mi han chiesto, mi chiedono e mi chiederanno del perché della mia partenza.
Faccio parte dell’associazione CPL da ormai qualche mese e ho colto la possibilità di partire per vedere da vicino quello che i mie colleghi fanno, di come si sporcano le mani e di conseguenza di sporcarmele anch’io.  Sono certo che “del bene” si possa fare ovunque, anche nel quartiere dove si vive, cosa che lo stesso CPL sostiene ed ha tra gli obiettivi ma il passaggio dall'estero è, per l’associazione e per me, obbligatorio ovviamente per motivi diversi. 

Quindi mi ritrovo qui in Sud America dopo vari check-in, voli, bus e via dicendo a provare ad andare oltre il mio naso, di giocare in prima persona per tentare di fare del bene, quanto meno di fare del mio meglio.  Sarà un lavoro duro con ostacoli infiniti dalla lingua alla comprensione delle dinamiche sociali che variano da nazione a nazione e da regione a regione di una stessa nazione.  Con il tempo cercherò di far comprendere a chi non è qui con noi tutto quello che viviamo e tutto quello che facciamo, nel modo più chiaro possibile magari permettendo anche a te che leggi di capire che noi qui non facciamo nulla di così eccezionale e che forse anche tu lo puoi fare.

Alla fine anche tu non sei un uomo?


lunedì 23 giugno 2014

Francesco - Barrios Bravos

Dicesi bravo (esp, feroce, selvaggio, fiero, indomabile etc), quel quartiere dove se ci metti il naso sono cazzi amari e sono tuoi.
Come ogni periferia che si rispetti, l'America latina vive, nutre o si nutre di queste realta' dai mille apodos ( favelas, slums, barrios tradicionales, zonas rojas, area de respeto, bidonville etc) che riescono a sopravvivere e a rinnovarsi con mestiere, in barba ai tempi, alla politica, i caticlismi, a Dio.

Tante possono essere le spiegazioni riguardanti il loro nascere, poche invece sono le regole che possono caratterizzarli e delinearli.
Alcuni si ritrovano a penzolare su colline dalla frana facile, altri in pieno centro storico, altri ancora vicini a un centro di commercio come un mercato, un incocrio stradale ben trafficato, un punto di accesso da fuori.

E' indubbio, che sono il prodotto della migrazione dalla campagna alla citta' con conseguente mancanza di risposta sociale, economica e lavorativa a infrangersi con la crescita senza freni (e progetti) delle periferie di  cittadine che magicamente si convertono in metro-megalopoli in meno di un battito di ciglia (si fa per dire).
Non mancano eccezioni prodotte dalla politica, dalla guerra, dalla fuga in cerca di un avvenire migliore.

Quasi sempre li trovi nelle capitali e nelle altre grandi citta' dislocate presso centri nevralgici di ciascun paese o in prossimita' delle frontiere.

L'architettura e' figlia della praticita', della rapidita' (nell'insediarsi in una terra di nessuno, costruire e aspettare l'avvento dell'elettricita', dell'asfalto e dell'acqua potabile) e soprattutto della poverta'.

Si parte con legno e lamiera per poi usare il mattone (altre varianti sono l'adobe, sterco e sabbia, cocci). Piastrelle, pavimenti, infissi, WC etc arrivano molto dopo e non per tutti. Quel che di solito giunge rapido o subito dopo l'arrivo dell'elettricita' sono le parabole satellitari e le televisioni.

Questi quartieri sono luoghi di transito e di riposo, luoghi di non vita. Quasi tutti gli abitanti sono persone di fatica, dal lavoro mal pagato, autoreferenziale, ambulante, mendicante. Persone che si alzano all'alba e ritornano col calare delle inquietudini. I bambini, se vanno a scuola in origine lo fanno fuori l'abitato, oppure seguono i genitori.

Seguono due logiche conseguenze:
1) le poche attivita' commerciali che si generano nel quartiere sono legate al commercio al minuto (negozi stile drogheria, riparazioni, reciclo etc.)
2) non sono in origine luoghi violenti ma lo diventano per via della poverta', della lontananza dal potere e dal controllo, per la continua e rapida crescita, perche' mancano alternative e risposte.
Dove non arriva l'ascolto, l'aiuto, i servizi, i sussidi (nel caso latino) e la presenza di attori credibili, arrivano gli interessi dei gruppi formali e informali  in grado di organizzare, dividere e comprare il consenso.

Molti quartieri si convertono in inferni per disperazione, perche' di qualcosa si deve pur campare e nutrire quei tanti figli ripudiati dalla terra natia che neppure vanno a scuola perche' la scuola e' un surplus o semplicemente non esiste nel giro di infiniti chilometri, come del resto non esiste trasporto, centri di salute o ospedalieri che siano.

Terre di nessuno che nascono dopo un parto traumatico e crescono a ritmo di esclusione ed emarginazione con il risultato di produrre nuovi schemi, nuove logiche e nuove culture allacciate alla sopravvivenza ma che una volta costituite e radicate, sopravviveranno ai mutamenti e alle intemperie sancendo di fatto la separazione per anomia dal resto della citta'.

In questo nostro andare ne abbiamo vissuti molti e ve ne cito alcuni:
1) Tepito (Cittá del Messico). Citta' nella citta', con case nascoste dentro un dedalo di vie, passaggi e cunicoli inghiottiti da un immenso mercato coperto dove regna il rubato e il contraffatto, il commercio di organi, persone, armi da fuoco, droghe, incontri di pugilato clandestini e chi ne ha piu' ne metta.

2) Obrera-Doctores-Lazaro Cardenas-Buenos Aires (Citta' del Messico). In pieno centro storico a ridosso dei quartieri chic della capitale c'e' un reticolo di strade abitato da casermoni popolari che con il calar del sole diventano deserti e adatti al narco-minuto e alla prostituzione.

3) Merced e Tacubaya (Citta' del Messico) il primo e' un quartiere che vive del suo storico mercato, luogo di prostituzione diurna e notturna nonche' centro di arrivo dei bus di seconda classe provenienti dal sud del paese mentre il secondo e' area di interscambio di mezzi di trasporto da/per la citta', meta di assalti a mano armata e di commercio illegale.

4) El Centro Historico ( San Salvador) L'intero centro storico e' area off-limits a tutte le ore. Assalti, rapine e omicidi (Maras)sono all'ordine del giorno e il tutto e' favorito dalla decadenza del posto e dalla presenza di piu' mercati (due officiali il resto ambulanti).

5) Barrio Martha Quezada e Barrio Dimitrov (Managua). Baracche e milioni di traffici nel primo quartiere situato a ridosso dello stadio nazionale di baseball mentre nel secondo ancora si aspetta asfalto e fogna in tutte le sue vie mentre dentro vige il controllo delle bande.

6) Comuna ocho (Mendellin). Sopra una collina tempestata di baracche e casupole, questo e' uno dei regni tradizionalmente contesi dai narcos. Terra dalla frontiera invisibile dove ci sono vedette, traffici e regolamenti di conti. All'epoca della nostra visita risultava essere in "stato di tregua".

7) San Rocque (Quito). Anche qui in collina e vicino a un mercato affollato di indigeni e campesinos che scendono tutti i giorni dalle montagne per vendere di tutto. Terra di assalti e rapine.

8) Rimac (Lima). A due passi dal palazzo del governo, dalla plaza mayor  e poco dopo il fiumiciattolo dal quale prende il nome, questo quartiere era terra di scontro e assalti quotidiani. Un reticolo di favelas arroccate su una collina dalla quale spicca un croce e un mirador panoramico, oggi e' relativamente percorribile per via della massiccia presenza di forze dell'ordine a ogni angolo.

Francesco







domenica 22 giugno 2014

Francesco - dietro le quinte

L'occhio travolto dal particolare risveglia sempre le assopite questioni dell'anima. 
Questo e' il bello dell'andare o meglio dell'osare, atrever in spagnolo.
Sto tralasciando il viaggio ultimamente. 
Ho scritto poco e vissuto molto, sempre borderline, sempre collocato sull'indefinito confine tra il privilegio e l'immondizia. Il lavoro che stiamo compiendo e' folle poiche' lontano dall'etichetta e dalla razionalita'. E' folle perche' cambia le carte in tavola, stravolge il senso delle cose. E' folle perche' ci stiamo lentamente liberando di tutto e questo  fa tremare  quando il paradosso e' che tutti sognano la liberta' (qualunque essa sia).
E noi viaggiamo, viviamo, osserviamo, parliamo, ci scanniamo, interpretiamo, realizziamo, soffriamo, ridiamo e godiamo, lavoriamo e poi? 

e poi un altro loop.

Il tempo oramai e' andato. Dato per meglio dire. Non esiste il tempo. Dieci mesi che sembrano una settimana. 
Il tempo e' denaro perche' e' relazionato inevitabilmete dalle cose che de quest'ultimo derivano.A questo proposito, il tempo per noi no vale nada: vivendo il nostro qui e ora, cambiano i termini delle parole investimento e remunerazione. 

La sicurezza e' andata. Se il tempo e il denaro erano due garanzie, ora che entrambe mancano cambiano i termini dei loro derivati. Viaggiamo,viviamo e lavoriamo in classe Z, e questo di per sé ci mette in condizioni di estrema vulnerabilita'. 
Posare gli occhi giu' per il gorgo ci ha esposti a una certa pornografia del dolore, dell'orrore e della violenza. Mesi e mesi a sentire e viverne di ogni con il risultato che e' rimasta solo la ragione a sforzarsi di connotare il male e il pericolo. E dai qui le percezioni.

Le Percezioni sono cambiate. Il gusto per la comodita' o per il costume alimentare per esempio. 
Mangiamo cuori di manzo, pesce crudo e cavallette senza battere ciglio.
 Vediamo lontre o ratte allo spiedo. 
Lombrichi curativi.
Mangiamo callejero per strada, a qualunque orario.
Le questioni legate all'igiene non trovano piu' posto nelle sinapsi. 

Dormiamo 3 notti su quattro su degli autobus a lunga percorrenza, affollati, dove fa troppo freddo, troppo caldo, c'e' troppo piscio o troppo vomito (Ande+Cibo+ varie eventuali). 
E poi camerate negli ostelli della gioventú dove mi chiedo cosa cazzo ci faccio insieme a gruppi di ventenni festaioli quando io vorrei solo non pensare e dormire (con conseguente loop che mi porta a riflettere sulla vecchiaia, sulle paranoie, sul mio essere borioso o insano o tutto), le famiglie che ti ospitano in un sofa' o in una camera, il tizio con 27 gatti e un mare di solitudine che apre le porte di casa sua per poi neanche considerarti, il tugurio dove vieni divorato da mosche invisibili che ti marchiano letteralmente " a fuoco", l'hotel gratuto a 5 stelle nella Mendellin chic e infarinata dove vieni accolto con un "sicuro che alloggiate al charlie?". 

Cambiano le nostre percezioni come cambiano le percezioni che gli altri hanno di noi. Parti dicendo che starai via a lungo e scatta l'ansia, la paura, il timore e la malinconia. 

Amici, parenti, testimoni di nozze, datori di lavoro, colleghi etc si scoprono coinvolti e interessati a capire come, dove, perche' e se c'e' un bluff o se l'aver lasciato tutto portera' un solo buon frutto da poter investire o mangiare. 
C'e' chi pensava alla luna di miele etica, al viaggiare figo a mo' "di beati voi che siete lí, che vivete il paradiso, che non siete qui in Italia" che ora si chiede "ma chi ve lo fa fare. ma tornate a casa!"
C'e' chi ha puntato sulla nostra professionalita' ed e' caduto nel silenzio e nel disinteresse.
C'e' chi ha scoperto il nostro lavoro e i piccoli risultati raggiunti e ha deciso di partecipare, di investire, di darci sostegno e fiducia. 
C'e' chi non ha capito nulla e certo non lo capira' mai. 

Le priorita' son cambiate. La sopravvivenza, la normalita', la conoscenza, il soddisfare i bisogni e il realizzare i sogni. 
Ora, c'e' solo una priorita': compiere con la parola data e andare avanti. 
La relazione d'aiuto porta a prendere le distanze dal personale e dal soggettivo. 
C'e' un noi (io+utente, io+io, io + comunita', io+ gruppo di lavoro etc) che si crea e che prende il sopravvento sulle questioni personali, morali e ideali. Il patto, che sia empatico o reale, sale al primo posto della scala. 
Molliamo tutto per mettere in piedi un'associazione che rispecchi il nostro concepire il mondo, la famiglia, la vita e ora quest'associazione vive di una vita propria della quale noi siamo responsabili. 
Siamo il mezzo.

Che cosa rimane alla fine? 
Francesco