Eccoci qui, a Oaxaca per qualche giorno.
Sabato sera abbiamo preso un autobus notturno che ci ha portato direttamente qui.
Partenza ore 22.00; arrivo ore 4.30 del mattino.
Nel mezzo, tentativi di sonno, quasi interamente falliti. Inizialmene, i venditori ambulanti si davano il turno per fare il giro sull'autobus, vendendo bevande, dolci, e cibo in generale, con una signora che facendo avanti indietro infinite volte, ripeteva con un tono monocorde: tortas, tortas, tortas.. come una cantilena che ti entra inevitabilmente in testa.
Ovviamente non e' mancato il promotore di unguento magico risolutore di ogni tipo di malanno possibile e immaginabile.
Passata la fase venditori, abbiamo sperato in un silenzio conciliante il sonno. Invece, musica latino americana a palla per tutto il viaggio (credo di aver imparato le canzoni nel mio oblio), luci accese e spente a ripetizione per non so quale motivo.. salviamo solo la comodita' dei sedili.
Arrivati alla stazione di Oaxaca ancor prima dell'alba, abbiamo cercato di recuperare un po' di sonno perduto. Tuttavia, anche qui odore di carne e di tamales gia' alle 5 del mattino, con tanto di signora bella attiva che gridava a squarcia gola per attirare i clienti.
Atteso il primo sole, ci siamo avviati verso il nostro Ostello.
Oaxaca e' un'altra dimensione rispetto a quanto visto fino ad ora.
Citta' coloniale, con le casette basse e colorate, inondata di templi e di una certa tranquillita'.
La domenica ci ha regalato una citta' semi vuota per buona parte della mattinata; poi il tutto si e' risvegliato a partire dalla celebrazione della settimana della famiglia, con tanto di balli al ritmo della banda, con bambine bellissime nei loro vestiti tipici che si muovevano a tempo sul piazzale della Iglesia de Santo Domingo, insieme a mamme e papa'.
La sera ci ha sorpreso con una sagra, con un'altra festa che avvolgeva l'intero centro, offrendoci l'opportunita' di non perderci un assaggio dei piatti tipici di qui.
Ecco che qui vediamo e viviamo un'altra messicanita'. Una citta' piu' a misura d'uomo forse, dove ti sembra quasi di essere in vacanza dal ritmo battente del D.F..
Un giro al mercato per immergersi nella realta' vera, ed ecco che si riassapora il gusto del caos latino.
Donne piu' o meno giovani con bambini a seguito; vecchine che serie sistemano la loro verdura; uomini che trainano pesi di ogni genere; ragazzi dagli sguardi duri, bambine intente ad inventarsi un gioco.
Basta poco, poi, per accorgersi che benche' apparentemente sembri un'oasi felice, la poverta' picchia e colpisce. Tanti mendicanti, di ogni eta', seduti appena fuori da una chiesa super sfarzosa in cui, al finale della messa, il prete chiede soldi per aggiustare la campana, oppure appostati silenziosi agli angoli delle strade.
E' qui, credo, che la contraddizione ti fa arrabbiare, in un certo senso.
E' qui che inevitabilemente rifletti su quanto tempo perdiamo dietro a cose inultili, non penando alla profondita' e al senso di cio' che e' davvero importante.
Claudia