domenica 13 aprile 2014

Francesco - il peso del ritorno

Dovrei raccontarvi la trilogia della guerra  e il seguito dei dogs visti e vissuti in El Salvador. A breve lo faro'. 
Per mala o buona sorte devo fare un balzo in avanti nel tempo e nello spazio per raccontarvi la storia di un ritorno difficile e tutto quello che e' successo in seguito.

Quante cose cambiano in tre anni? 
Tre anni fa' avevo amicizie, lavoro e casa  che oggi non ho. Non ero sposato e non pensavo di imbarcarmi in una vuelta al Mundo in sella a una associazione da me creata. Ero un'altra persona questo e' certo. Ma cio' che lo e' ancor di piu' e' che gia' all'epoca erravo alla ricerca di molte cose. In questo lungo vagabondare arrivai con una meta in Nicaragua e ne uscii presto con in grembo un trauma e una sconfitta. Neanche Il tempo di metter piede nella capitale Managua che venni sequestrato, accoltellato, derubato, pestato e lasciato sul bordo di una strada anonima tanto quanto quel sabato di luglio e quella persona che vi giaceva inerme e spaventata. Il resto fu' cronaca di un altro blog. 

Non vi nascondo che volevo tornarci. Avevo bisogno di saldare un conto ma non cercavo a tutti i costi di saldarlo. In tre anni tutto cambia e ora non sono il solo a errare.

Abbiamo lasciato Citta' del Messico con l'idea di cadere dentro il gorgo della migrazione e della tratta della persona. In Belize e in Guatemala abbiamo conosciuto da vicino i motivi di del migrare. In El Salvador ci siamo abbattuti contro i traumi del post-guerra. Poi venne Caritas Nicaragua e la proposta di fare un'indagine sulla migrazione. Luogo d'incontro manco a dirlo Managua. 
Non mi reputo un caghetto altrimenti non potrei sopravvivere a queste latitudini. Non sapevo cosa aspettarmi e non mi importava saperlo. Ero curioso di vedere le mie reazioni una volta sbarcato a Managua.
Ho iniziato a sudare freddo quando il bus manco a farlo di proposito ha svoltato giusto nella via dove fui assalito. Non credevo che avrei saputo riconoscerla. In quel momento ho rivissuto tutto. E' la fine, ho pensato...stai a vedere che anche questa volta esci sconfitto. Non temevo un altro assalto. quel che temevo era non riscattare la citta' e il paese nel mio vissuto. Solo a quel punto avrei riscattato anche me stesso. 
Niente da fare, non ho fiducia nel camminare per strada, mi dedico all'ordinario e non oso spingermi oltre il sicuro e il conosciuto. 
Fino a che non piomba il terremoto in citta'. Quello vero con l'epicentro a 20 km dalla capitale.
Alle 17.27 di Giovedí 9 Aprile 2014 il supermercato "la Colonial" del metrocentro era strapieno di persone dedite ai preparativi per la settimana santa. La terra ha tremato in un modo a noi sconosciuto. Ci siamo resi conto di quanto stava accadendo con colpevole ritardo rispetto ai volti e alle urla delle commesse davanti ai nostri occhi. Poi sparisce l'elettricita' e inizia il fuggi fuggi verso l'uscita. Il mondo si riversa nelle strade mentre in alcuni fatiscenti quartieri crollano le stamberghe. Inizia un lento esodo verso casa. Chi puo' prende la macchina, altri il bus, altri ancora dividono ogni taxi che passa nei dintorni. Nel giro di pochi minuti la citta' e' un gorgo di clacson e fanali. Tutti vogliono correre, nessuno si muove. Io che non volevo camminare molto in questa citta' (si sa mai che i grandi numeri colpiscano ancora) mi ritrovo a percorre al buio 6 km a piedi senza la ben che minima idea di dove andare. Non eravamo spaventati, in fondo non e' stato altro che questione di pochi secondi e sembrava non ci fossero danni catastrofici intorno a noi.
Quello che e' seguito poi e' storia di altri tremolii, di letti che si muovono, di notiziari socialisti che chiamano a raccolta la gioventu' sandinista e dichiarano allarmi dai vari colori.

Il Presidente Ortega spiega a tutti noi la differenza tra Richter e Mercalli. 
Io mi riprendo la mia storia e la mia Managua.

Il giorno dopo giriamo una citta' imperdibile. Il vecchio centro storico abbandonato in seguito al terremoto del '72, i viali sovietici che culminano in piazze con statue dedite alla cristianita' o alla rivoluzione sandinista. I murales si alternano alle istallazioni (quella di Chavez alla fine del paseo Bolivar e' la piu' imponente). Ovunque bandiere del fronte sandinista. Abbiamo pure la possibilita' di varcare accompagnati le porte del Barrio Dimitrov il quartiere piu' malfamato della citta' dove le strade asfaltate sono una rarita' e i tetti in lamiera troneggiano.
Cosa mi ero perso tre anni fa.
Ora vi scrivo da San Carlos cittadina di frontiera con il Costa Rica. Ci sono 34 gradi, non ci si puo' lavare perche' l'acqua arriva a scatti e viviamo ospiti di Caritas Nicaragua dentro l'albergo per i migranti. Lamiere, mosche e storie delle quali parleremo la prossima volta.
Francesco