mercoledì 20 novembre 2013

Francesco - Lost Dogs cap 1

Cani sciolti, persi. 
Cose che si tengono dentro, storie di questo andare e considerazioni dalle viscere del continente latino e dalle cantine dei nostri corpi.

Una mamma entra con la figlia al seguito. La bambina ha un cappello per coprire la chemio che non serve piu'. Serve un'operazione e a breve si fara'.
Unica certezza per tutti e io vacillo. La bambina tira fuori due lecca lecca e chiede di Kamila. 

Kamila, 8 anni, mi stende in un attimo quando poi le chiedo cosa pensa dei bambini malati di cancro con i quali gioca: " la tristezza e' contagiosa, il cancro no pero' quello trasmette depressione".

Nel tardo pomeriggio il knock out che mi lascia al tappeto: una signora entra in sede accompagnata dalla figlia adolescente per donare quanto non avevo ancora visto: una treccia di capelli a una prima vista appartenenti alla figlia. La signora aggiunge: "posso anche coprire i costi per creazione della parrucca, mi chiami a questo numero e saro' felice di rendermi utile".

E tu Francesco, tu che sei li e hai scelto di lavorare con il tema del cancro infantile, tu che sai tutto, non avevi pensato a queste cose?
Ovviamente no, per mia colpa no, per le mie frontiere no.

Il rapporto con la frontiera e' una storia molto intima  e non e' necessario muoversi verso orizzonti e terre lontane per imbattersi in lei.

Provo un'attrazione irrefrenabile per la frontiera. E' unica e senza alcun limite di senso e di spazio e qui giace il suo paradosso.

La frontiera e' netta separazione e allo stesso tempo porta di accesso verso l'infinito nel senso delle infinite cose che sfuggono al conosciuto, alla vista e al percepito.

E' la cinta che demarca la sicurezza, la consuetudine, il controllo.
E' tremendamente concreta, la vedi, la vivi e la scegli. 

C'e' chi la vede come certezza invalicabile e paradiso securizzante: da questa parte so chi sono e posso riconoscere  la mia terra, la mia gente, la mia identita', il mio costume. Qui non possono esserci nemici e problemi, ma per esserne piu' consapevole, devo staccarmi dal confine perche' piu' mi avvicino piu' sento crescere un brivido, un'incertezza. 

Che cosa c'e' dall'altra parte? Chi e' l'altro da me?

C'e' chi smania dalla voglia di vedere: oltrepassare la soglia con il cuore che cambia il suo status per tuffarsi oltre l'ignoto, dove regna la messa alla prova, la destabilizzazione. Di la', non so chi sono, non trovo la mia identita' e neppure la mia gente: trovo mondi nei mondi e non posso affrontarli se prima non li comprendo. Non potevo prepararmi prima poiche' ignoravo, non vedevo, quindi devo imparare, costruire.

A questo punto la frontiera pocanzi lasciata alle spalle fisicamente, si ripresenta dentro.
Frontiere mentali. 
Convinzioni, paure, viaggi passando per una pioggia di stati d'animo che a loro piacimento smontano e rimontano il tuo essere.

Se la frontiera fa male o spaventa puo' benissimo diventare una coperta per avvolgersi nelle proprie certezze.
Se essa invece e' insopportabile e inconcepibile puo' diventare un trampolino verso una rinascita, facendo pero' attenzione a non percorrere la rotta inversa.

La frontiera pero' non si schiera: e' terra di nessuno e non si fa usare. Non si puo' vivere nel confine, si deve scegliere.
Ogni scelta porta in grembo una rinuncia e una propensione, il tutto sta nel come uno vuole affrontare le cose e come vivra' poi la conseguenza del suo movimento.
Sono giornate nelle quali mi infrango in continue frontiere. Molte credevo di averle valicate anni fa senza far piu' ritorno e mi sbagliavo.
Molte altre invece sono piovute sul mio andare lasciandomi inerme e rimandandomi sempre alla solita, insoluta questione legata al come aiutare e come aiutarsi.
Francesco