Rendere indipendente chi non vuole esserlo fino in fondo e' giusto?
Ringraziamo Luca per aver condiviso con noi questa riflessione.
La verita' e' che questi sono tempi di forte perturbazione.
Parliamo di cooperazione. Cooperare significa contribuire attivamente al conseguimento di un fine.
jusq' ici tout va bien.
Il problema e' il soggetto, ovvero il protagonista. Chi coopera?
Centralizzo, decentralizzo, dono, partecipo, organizzo, strutturo, lascio, valuto, costruisco, demando, penso.
Verticale, orizzontale, diacronico, sincronico, dal fondo, dall'alto.
Sembrerebbero flussi di parole senza logica poste dentro una cornice che via via perde di significato e si discosta dall'origine: AIUTARE L'ALTRO.
Ma cosa vuol dire aiutare? Chi aiuta? perche'?
Aiutare significa tendere la mano a una persona che a causa della fragilita' o della condizione di vulnerabilita' che vive sulla propria pelle si ritrova in una situazione di stallo o per meglio disegnare, al centro e destinataria di uno o piu' problemi.
Come la aiuto?
Mi avvicino a lei e leggo le sue necessita'. Come lo faccio e' tutto un programma e spetta a me scegliere il canale giusto: introietto, chiedo, giudico,vivo la biografia, analizzo la realta', instauro un legame empatico o propendo per la professionalita', vado dritto al particolare o mi basta il panorama, etc.etc.etc.(come se gli altri dettagli fossero meno determinanti).
Questo passaggio mi dice chi sono, che partito scelgo e se posso arrogarmi il diritto di AIUTARE. Non solo, la lettura mi dettera' l'agire pratico.
Dalle necessita' esce una sintesi: l'unione di piu' problemi genera lo stallo e la vulnerabilita'. Soluzione? risolvere i problemi.
Posso risolverli tutti?
Ovviamente no, per il semplice fatto di non essere un semi-dio e poiche' dovrei avere competenze mirate alla soluzione di determinate classi di problematicita'.
Parto quindi dal mio pezzo. Coopero.
Qui sorge il dilemma pratico: che ruolo attribuisco alla persona che vive il problema?
Avrei dovuto pensarlo qualche riga fa.
Se faccio tutto io, lei dipendera' in toto da me e dall'esito concreto delle mie azioni e delle mie priorita'. Se fa tutto lei, mi limito a dare una visione da fuori e un aiuto in caso di... ma allora non si giustificherebbe la richiesta di auto e la mia presenza.
Richiesta di aiuto??? Non dovevo toccare questo tasto.
Sono stato realmente richiesto oppure volevo essere li', a tutti i costi presente?
Voglio pensare di esserci (e con me tutti gli attori del no-profit) per esplicita e volontaria richiesta di aiuto e di cooperazione. Mi suona difficile e un tantino irreale eppure ci provo.
A questo punto dovrei pensare al mio pezzo insieme alla persona, stabilendo chi, cosa, quando, dove e come. Poi, attuare insieme azioni precise secondo tempistiche precise e valutare il tutto per vedere intoppi e successi. Infine, dovrei levare le tende se e solo se ho cooperato bene e lasciare che altri, per le competenze "reali" delle quali dispongono, facciano altrettanto, per risolvere gli altri tasselli problematici.
Alla fine, se tout va bien, tutti a casa e la persona sola, indipendente a gestire il consolidamento della sua strada per il benessere.
E se non vuole?
Dico, se e' sempre stata abituata a chiedere e mai ad agire per motivi storici, culturali, religiosi, famigliari e personali, o se semplicemente pensa di non disporre di tutte le forze e conoscenze necessarie nonostante realmente le abbia acquisite nel tempo, che cosa succede?
E se fosse anche il frutto di cattivo aiuto promosso, prodotto ed esportato dai professionisti dell'aiuto?
E se fossero entrambe le cose?
La verita', per concludere, e' che aiutare e' un atto cosi' semplice e naturale e come tutte le cose semplici non sappiamo cosa farcene sino a quando non le rendiamo impossibili e improbabili.
Ora che la storia batte quotidianamente il suo verbo sulle nostre sempre piu' precarie vite, noi, quelli che aiutano o quelli che vengono aiutati, dobbiamo apprendere come far ritorno alla semplicita'.
Ci vuole fiducia.
Francesco.