Le Ande tolgono il fiato. Per davvero.
La testa scoppia, l'ossigeno manca, il cuore corre, l'occhio gode.
Sono giorni ormai che non mettiamo il naso al di sotto dei 3800 metri. C'e' chi svuota lo stomaco tra una curva e un'altra, chi ha sviluppato una sana narcolessia e poi ci siamo noi tre che andiamo avanti a mate de coca, alle foglie di coca masticate come se fossero gomme dal palloncino facile oppure ci lasciamo andare al buon vecchio sale di lisina in busta per toglierci tutti i mali di questo mondo rarefatto.
Ridendo e scherzando continuiamo la nostra folle corsa verso la Patagonia, e dopo il balcone d'America Quito abbiamo percorso quasi 3000 chilometri per arrivare oggi in Bolivia, terra dove lavoreremo due mesi tra strade, bambini e tanti ricordi.
La via da Lima a Cochabamba ci ha riservato storie e luoghi indescrivibili: l'indigena e fiera Cusco, la magia del Macchu Picchu, il disordine di Puno, l'immenso blu del lago Titicaca e ora La Paz, citta' che abbiamo gia' avuto l'onore di conoscere circa quattro anni orsono.
La Paz e' un bordello dal fascino contagioso (potrei estendere il concetto a tutta la Bolivia ma non voglio togliervi il piacere della scoperta).
Arrivi in citta' dall'alto o meglio El Alto (comune autonomo che si fonde con la citta') dopo aver percorso piste polverose circondate da file interminabili di caseggiati rossi terra di Siena in perenne costruzione/decadenza vuoti.
Ad un tratto, veniamo inghiottiti da un traffico senza regole e ricco di clacson sguinzagliati dai combi (i minivan) dai nomi profetici scritti sul retro (l'invincibile, la nave dei dimenticati, torneró per te, Dio e' mio amico, Dio mi protegge, la mia gioia e' la tua gelosia etc etc etc) per poi lentamente strisciare verso la statua di un Che rottamato a campeggiare su una piazza anonima dalla quale parte la nostra discesa in citta'.
E via verso un percorso circolare che lentamente ci inghiotte tra le infinite case che dalla montagna si perdono sin giu' a fondo valle mentre un poderoso e bianco Illimani svetta sulle nostre coscienze facendoci sentire sempre piu' piccoli in questa terra latina.
Scendere verso La Paz e' come fare una capatina negli abissi: vieni inghiottito da un'infinita' di cose talmente fitte da non farti capire piu' niente. Quel che rimane e' farsi risucchiare e vedere come va a finire.
C'e' la nonna che ci blocca in mezzo alla strada e ci fa' caricare una decina di sacchi di mandarini da 20kg cada uno dentro il suo "magazzino" ripagandoci con lacrime agli occhi e un casco di banane gratis che poi abbiamo girato a un bambino che chiedeva monete in plaza San Francisco il quale tentennava incerto sulle conseguenze del nostro gesto.
C'e' un bimbo che nel traffico del centro non riesce proprio a trattenere la pipi', zompa fuori dal sedile a lato del conducente, si tira giu' la tuta e la fa li', a lato marciapiede, in una via affollatissima e centrale, nell'attesa di un segnale dal cielo o dal semaforo.
Ci sono gli immancabili lustrascarpe ma qui a La Paz, i lustrascarpe indossano un passamontagna integrale. Fa un certo senso vederli all'opera con dietro murales sugli zapatisti messicani.
C'e' l'onnipresente presidente Evo Morales, con slogan, cartelli sull'alfabetizzazione, sul gas per tutti, sul teleferico che ti fa volare, sul costruire una nuova Bolivia, sull'unita´ nelle differenze e via dicendo. La sua chioma e' rimasta intatta nonostante il tempo e le intemperie.
C'e' la cena a un euro al mercato centrale, dove mangiamo un asado con riso alla valenciana uno sopra l'altro dentro di un loculo dove l'igiene e' un dettaglio trascurato da tutti (noi compresi).
C'e' un altro loculo dove prendiamo un caffe' dentro una tazza lavata in acque torbide da una signora anziana, che ci intima di finirlo in fretta perche' deve lavorare mentre noi siamo gli unici clienti e dalla radio risuona un revival sentimental-deprimente-paranoico anni 60-70-80 che ci porta ai limiti delle lacrime.
C'e' l'immancabile mercatone del contrabbando e ci sono le vie fighette dai palazzoni a specchio con dietro baracche, il carcere femminile, un cunicolo di sottopassaggi dove gang di giovani ballerini si esercitano in contest metropolitani sulle note di trick me di kelis.
C'e' la coca cola in vetro a 10 cents e io sono rovinato.
Francesco